Il nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale prevede che le Amministrazioni siano tenute a gestire tutti i procedimenti di propria competenza attraverso le tecnologie info-telematiche.
A seguito di questo intervento normativo – e fatte salve specifiche e tassative eccezioni – è possibile affermare che la modalità informatica rappresenta la regola per la gestione di tutti i procedimenti amministrativi, mentre quella cartacea diventa l’eccezione, cui ricorrere solo nel caso in cui l’Ente sia – in modo incolpevole – nell’impossibilità di utilizzare le nuove tecnologie.
Dopo anni di utilizzo soltanto parziale dell’informatica negli uffici pubblici, il procedimento amministrativo – inizialmente disciplinato con esclusivo riferimento alla carta dalla Legge n. 241/1990 – diviene integralmente telematico, in modo da rendere la Pubblica Amministrazione più efficiente, trasparente e capace di allocare in modo migliore le sempre minori risorse disponibili. Tali obiettivi devono essere raggiunti con la sostituzione della carta e delle procedure analogiche con l’uso dell’informatica e della telematica e passano per un necessario adeguamento tecnologico ed organizzativo che presuppone la ridefinizione dei processi (c.d. reingegnerizzazione).
Ignorare queste prescrizioni non è possibile dal momento che le disposizioni normative prevedono termini stringenti per l’adeguamento e importanti sanzioni per gli Enti inadempienti.
Proprio per fornire agli Enti un quadro aggiornato delle norme vigenti, Maggioli ha organizzato un convegno, al quale parteciperò in qualità di relatore, in cui cercherò di fornire una puntuale guida agli istituti dell’Amministrazione Digitale.
Il convegno si terrà nelle seguenti date:
Bologna, martedì 20 marzo 2012
Torino , martedì 27 marzo 2012
Bolzano , martedì 3 aprile 2012
Roma, martedì 17 aprile 2012
Per info e iscrizioni: www.convegni.maggioli.it
Il cloud computing è la tecnologia del momento: imprese, amministrazioni e semplici utenti stanno sempre più prendendo coscienza dei suoi vantaggi e del fatto che, nel prossimo futuro, rivoluzionerà il mondo dell’IT così come lo conosciamo.
Allo stesso tempo, proprio mentre si parla dei benefici del cloud computing, sta crescendo la consapevolezza delle criticità di tale tecnologia, legata principalmente alla perdita del controllo sui dati (con le ovvie implicazioni in termini di sicurezza e privacy).
Non si tratta soltanto di un problema “psicologico”: la normativa comunitaria e nazionale in materia di protezione dei dati personali ha previsto l’obbligo per determinati soggetti (ad esempio, imprese, professionisti e amministrazioni) di assicurare la riservatezza, l’integrità e la disponibilità dei dati trattati.
Si tratta di una circostanza importante per un duplice ordine di ragioni:
1) questi soggetti devono proteggere i dati, assicurando un livello minimo di sicurezza fissato per legge;
2) viene limitato il trasferimento di dati verso paesi extra UE (c.d. “trattamento transfrontaliero”), in quanto tali Paesi – di norma – non hanno normative di tutela della riservatezza dei dati personali simili a quella comunitaria.
Si tratta di una circostanza molto importante con riferimento al cloud computing, dal momento che la gran parte dei cloud provider (e dei loro data center) non si trova nei confini dell’Unione Europea.
Di conseguenza, i soggetti tenuti all’applicazione della normativa in materia di privacy devono necessariamente acquisire preventivamente dal fornitore di servizi cloud l’informazione relativa al luogo in cui si trovano i server utilizzati dal fornitore. Se i server si trovano fuori dal territorio UE, i servizi potranno essere utilizzati solo se il provider presti adeguate garanzie in ordine al livello di protezione dei dati; tra di esse, vi è l’adesione allo schema Safe Harbour (lett. “approdo sicuro”), programma messo a punto dalla Commissione Federale per il commercio degli Stati Uniti dedicato alle aziende USA che vogliono rivolgersi ad utenti europei.
(Continua a leggere su TechEconomy.it)

Giovedì scorso, insieme all’amico Stefano Epifani, ho partecipato al Webinar organizzato da Dati.gov.it sui profili tecnici e giuridici dell’Open Data.
Per chi fosse interessato, segnalo che cliccando qui è possibile vedere la registrazione dell’evento e che seguendo l’hashtag #webinardatigov è possibile leggere tutti i tweet dei partecipanti.
Per completezza, qui sotto embeddo le slides usate nel corso della mia presentazione. Enjoy
Secondo quanto riportato da alcuni organi di informazione, oggi è un giorno importante per l’innovazione italiana: alle 17 si terrà la prima riunione della “cabina di regia” sull’Agenda Digitale prevista dal Decreto Semplificazioni approvato dal Governo il 27 gennaio scorso.
Il decreto, nella sua versione definitiva, prevede che
1. Nel quadro delle indicazioni dell’agenda digitale europea, di cui alla comunicazione della Commissione europea COM (2010) 245 definitivo/2 del 26 agosto 2010, il Governo persegue l’obiettivo prioritario della modernizzazione dei rapporti tra pubblica amministrazione, cittadini e imprese, attraverso azioni coordinate dirette a favorire lo sviluppo di domanda e offerta di servizi digitali innovativi, a potenziare l’offerta di connettività a larga banda, a incentivare cittadini e imprese all’utilizzo di servizi digitali e a promuovere la crescita di capacità industriali adeguate a sostenere lo sviluppo di prodotti e servizi innovativi.
2. Con decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, il Ministro per la coesione territoriale, il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca e il Ministro dell’economia e delle finanze, è istituita, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, una cabina di regia per l’attuazione dell’agenda digitale italiana, coordinando gli interventi pubblici volti alla medesime finalità da parte di regioni, province autonome ed enti locali.
C’è un problema: il decreto legge che istituisce la “cabina di regia” non è ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, ma l’organismo si riunisce lo stesso.
Cosa significa? Chi si riunisce oggi, visto che non può essere “quella” cabina di regia? E’ forse la dimostrazione che quella inserita nel decreto semplificazioni è una “norma-spot” (cioè non v’è bisogno di una norma perchè i Ministri interessati si comincino ad occupare di innovazione)?
“Cavilli da giurista”, mi si dirà. L’importante è che il governo decida di andare avanti secondo una strategia precisa e che non si fermi alla “logica degli annunci”.
Sotto questo profilo, purtroppo, nessuna notizia ho trovato sui siti dei Ministeri interessati. Sarebbe utile capire, e non da indiscrezioni giornalistiche, quale sarà l’iter dei lavori e quale sarà il livello della collaborazione/partecipazione di cittadini/associazioni/movimenti che scongiuri il rischio di “soluzioni preconfezionate”.
La voglia di partecipare e contribuire c’è e potrebbe essere messa a frutto nell’interesse di tutti. Tra le tante iniziative, segnalo quella denominata “#liberalizziamoilfuturo” che è stata presentata ieri a Roma nel corso di una conferenza stampa al Senato. Dieci tra le maggiori associazioni del settore digitale e telecomunicazioni e che rappresentano imprese, consumatori e diritti dei cittadini hanno inviato al Governo e al Parlamento una serie di richieste di riforme da approvare subito all’interno del decreto liberalizzazioni (il testo degli emendamenti è disponibile qui).
Tra le associazioni che hanno promosso l’iniziativa, c’è l’Associazione Italiana per l’Open Government con la quale abbiamo preparato due proposte concrete in materia di Open Data:
1) la prima introduce l’obbligo per tutte le amministrazioni di liberare i dati di cui sono titolari (emendamento n.11);
2) la seconda prevede la libera riutilizzabilità – anche a fini commerciali – di tutti i dati pubblici già reperibili sul Web (emendamento n. 12).
Sono due proposte che, se approvate, consentirebbero di accelerare sul versante dell’Open Data, evitando che a liberare i dati siano solo le amministrazioni più virtuose.
Visto che è probabile che il Governo metta la fiducia sul decreto legge liberalizzazioni, queste proposte – per essere approvate – devono essere condivise dai componenti della “cabina di regia”.
Sarebbe un bel modo di iniziare: rendere obbligatorio l’Open Data, recependo un suggerimento che arriva dal basso. Questo sì che potrebbe essere un passo deciso nella lunga strada verso l’Open Government.
Diversamente, il segnale che arriverebbe dalla riunione di oggi sarebbe assai scoraggiante: sarebbe solo un altro passaggio a vuoto.
UPDATE DEL 9 febbraio 2012, ore 16.45: il Decreto Semplificazioni è stato appena pubblicato sul supplemento alla Gazzetta Ufficiale; nulla si sa del decreto del Ministero delle Infrastrutture che – ai sensi dell’art. 47 Decreto Legge – dovrebbe istituire formalmente la “cabina di regia”.
E’ stata appena pubblicata su Dati.gov.it, il portale nazionale dei dati aperti della PA, un’interessante infografica che fa il punto sullo stato dell’Open Data in Italia.
In attesa di esaminarla con attenzione, scrivo due riflessioni “a caldo”:
a) la licenza adottata dal maggior numero di amministrazioni è la IODL v 1.0, segno che le Amministrazioni preferiscono affidarsi ad una licenza sviluppata ad hoc per il riutilizzo delle informazioni del settore pubblico;
b) esiste una “questione meridionale” anche per l’Open Data: dall’esame della mappa pubblicata si evince chiaramente come il ritardo delle amministrazioni meridionali sia notevole e – lo dico da meridionale – imbarazzante.
Nel complesso, mi sembra che ci sia ancora molto lavoro da fare.
Poco più di un anno fa, il 25 gennaio 2011, sono entrate in vigore le modifiche al Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD) che – nelle intenzioni del legislatore – rappresenta lo strumento per la modernizzazione e la digitalizzazione della PA italiana.
La riforma, attesa da tempo, costituisce un passaggio di decisiva importanza per l’innovazione del nostro Paese e tutte le Amministrazioni sono chiamate a confrontarsi con con queste norme per comprendere la reale portata delle nuove disposizioni.
Ignorare queste prescrizioni non è più possibile dal momento che le nuove norme prevedono termini stringenti per l’adeguamento e potenziano il sistema sanzionatorio per le Amministrazioni che non dovessero rispettare le prescrizioni contenute nel nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale.
Tuttavia, finora, molti Enti hanno sottovalutato il CAD e non hanno provveduto nè alla formazione del personale nè al necessario adegualmento tecnologico ed organizzativo.
E’ per questo motivo che ci tengo a segnalare un importante progetto promosso da Ancitel (società dell’Associazione dei Comuni italiani) a cui ho il piacere e l’onore di collaborare: un percorso di formazione sul CAD, interamente on line destinato a Comuni, Province e Regioni.
Un corso on line per le Pubbliche Amministrazioni
Il Programma di formazione CAD è il servizio che offre ai funzionari degli Enti locali un percorso di autoistruzione on line (articolato in 18 moduli) per approfondire le novità introdotte dal nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale e per conoscere tutte le implicazioni che ha il CAD nella gestione dei procedimenti amministrativi degli Enti.
Formazione CAD rappresenta, inoltre, un vero e proprio strumento operativo pratico con il quale “leggere” la propria organizzazione. Al termine del percorso formativo, infatti, gli Enti potranno valutare il loro livello di adeguatezza alla normativa e capire dove agire per adeguarsi al CAD e rispondere all’impegnativo cambiamento che esso impone alla Pubblica Amministrazione italiana.
Maggiori informazioni su programma ed iscrizioni sono disponibili all’indirizzo http://cad.ancitel.it















