La Camera eliminerà l’emendamento D’Alia

mar, 28 aprile 2009 - 3 minutes read

Molti di voi ricorderanno l’emendamento D’Alia, ovvero la norma approvata dal Senato nell’ambito del c.d. “pacchetto sicurezza” che attribuiva al Ministro dell’interno la facoltà di adottare un decreto che, allo scopo di interrompere l’attività di apologia di reato o istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi a mezzo internet, imponesse ai provider l’obbligo di utilizzare appositi strumenti di filtraggio.

Molte sono state le autorevoli prese di posizione nei confronti di questa norma discutibile e dai potenziali effetti devastanti per lo sviluppo della Rete italiana nonchè per la libertà di manifestazione del pensiero.
Ebbene, dopo molti dibattiti è notizia delle ultime ore che, nell’ambito dell’esame in corso alla Camera dei Deputati, la maggioranza ha presentato emendamento soppressivo dell’art. 60; in poche parole l’emendamento D’Alia dovrebbe essere cancellato dal “pacchetto sicurezza”.

La norma, olte ad essere pericolosa, era sicuramente censurabile dal punto di vista giuridico. In un dossier del Centro Studi della Camera dei Deputati del 24 aprile scorso, relativo alla compatibilità con le disposizioni comunitarie, si legge che


La materia dei controlli da parte dei provider è attualmente oggetto anche dell’art. 17 del D.lgs. 70/2003, recante attuazione della direttiva 2000/31/CE relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione nel mercato interno, con particolare riferimento al commercio elettronico. Il citato articolo prevede che in capo al prestatore dei servizi di rete (tra cui l’Access Provider) non sussiste un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmette o memorizza né obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite. Il prestatore è tuttavia tenuto: a) ad informare l’autorità giudiziaria o amministrativa avente funzioni di vigilanza, qualora sia a conoscenza di presunte attività o informazioni illecite; b) a fornire, a richiesta delle autorità competenti, le informazioni in suo possesso che consentano l’identificazione del destinatario dei servizi, al fine di individuare e prevenire attività illecite.

In tema di apologia di reato, è poi utile richiamare l’art. 10, comma 2, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), generalmente interpretato dalla Corte europea nel senso che la limitazione della libertà di manifestazione del pensiero è consentita quando i relativi presupposti siano precisamente definiti per legge e abbiano uno scopo legittimo e quando essa sia amministrata in modo ragionevole e non si risolva in un sacrificio sproporzionato della libertà di espressione.

Oggi le Commissioni Affari Costituzionali e Giustizia della Camera dovranno esaminare gli emendamenti, ma – dal momento che la soppressione dell’emendamento D’Alia è stata proposta dalla maggioranza – non ci dovrebbero essere brutte soprese.

Dopo il DDL Levi, la protesta del Web è riuscita ad ottenere un altro importante risultato; per il futuro, tutte le future proposte legislative in materia di Internet dovranno tenere conto della voce del popolo della Rete.

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