Sul numero di marzo di BlogMagazine stato pubblicato un mio articolo sul tema dell’eredit digitale; fatemi sapere cosa ne pensate
agevole constatare come le tecnologie abbiano rivoluzionato le nostre abitudini ed i nostri gesti quotidiani e come sia sempre crescente il numero di soggetti che utilizzano le nuove tecnologie per effettuare operazioni bancarie, prenotare visite mediche, stipulare contratti, intrattenere relazioni personali e commerciali, archiviare le foto della propria famiglia e delle vacanze.
Siamo tutti consapevoli del fatto che, ormai, molti dei nostri averi si sono dematerializzati (basti pensare, appunto, alle foto o alla corrispondenza) e che gran parte di quello che per noi importante sia on line (dai nostri pensieri alle nostre operazioni bancarie), ma siamo ancora poco coscienti dei problemi che questo pu comportare quando non ci saremo pi.
Di eredit digitale (digital inheritance) si parla ancora troppo poco in Italia, mentre il problema si posto da anni in altri Paesi, come gli USA, tecnologicamente pi avanzati, dove gli utenti hanno gi iniziato a interrogarsi sulla sorte della propria vita digitale.
Quasi tutti, ormai, abbiamo e-mail archiviate sul server del nostro provider, un profilo su Facebook (o su altri social networks), fotografie conservate su un servizio di storage on line, ma anche file, immagini e documenti memorizzati sul nostro notebook, magari protetto da password.
La domanda semplice, cosa succede ai nostri bit quando moriamo?
Come noto, il diritto delle successioni che regola la materia ereditaria riprende gli insegnamenti del diritto romano e (ancora) non si occupa specificamente della nostra eredit digitale; tuttavia tale lacuna non ci impedisce di esaminare alcune questioni giuridiche relative a questo attualissimo tema.
Analogamente a quanto accade nel mondo reale, anche in quello dei bit la soluzione consigliabile sempre quella di pensarci prima, scegliendo con il testamento quale assetto dare ai propri averi e rapporti digitali. In tal modo, infatti, avremo il pieno controllo delle nostre identit digitali e potremo evitare situazioni spiacevoli.
Ad esempio, se siamo presenti sui social networks potremmo decidere di affidare i nostri profili ad un erede, incaricandolo della gestione; oppure, se desideriamo essere ricordati per una determinata attivit (benefica, di impegno sociale o in una specifica branca del sapere), disporremo in modo che i nostri profili e le nostre pagine Web vengano affidate ad una Fondazione che, senza scopo di lucro, provveda ad usare la nostra presenza on line (ed i nostri contatti) per raggiungere determinati obiettivi e preservare i valori che pi ci sono stati cari nel corso della nostra vita terrena.
Allo stesso modo disporremo a chi lasciare i dispositivi che contengono i nostri files nonch gli account sui diversi servizi di cloud computing cui siamo iscritti, precisando se lo vogliamo l’uso che i nostri eredi potranno fare di quei dati.
Ovviamente, questo implica che non ci sia nulla che abbiamo intenzione di tenere nascosto ai nostri cari; al contrario, se per motivi di opportunit, non vogliamo che alcune informazioni vengano conosciute (ad esempio, un aborto, un matrimonio o un licenziamento) potremo nominare un esecutore testamentario che si occupi di far chiudere i nostri profili sui social networks, o di cancellare le nostre mail e tutti i files che desideriamo non sopravvivano a noi.
Appare di tutta evidenza, quindi, che quella di lasciare disposizioni precise sia la soluzione preferibile, anche per mettere in condizione i nostri eredi di non incontrare grandi difficolt dopo l’apertura della successione.
Se non decidiamo di lasciare testamento, infatti, la situazione molto pi complessa: in questo caso, bisogner valutare caso per caso le vicende della nostra eredit digitale. Poco problematica la sorte di quanto memorizzato su PC, netbook, smartphone e USB pen di nostra propriet: queste, in difetto di espressa e specifica previsione, diventeranno dei nostri eredi che potranno disporne con tutto quello che in essi memorizzato, analogamente a quanto accadeva in passato con gli album di foto dei nostri nonni e le scatole con le lettere dei nostri genitori.
Pi complessa la sorte delle mail memorizzate sui server del nostro provider, cos come delle nostre pagine sui social networks; in linea di massima, si pu affermare che gli eredi subentrano in tutti i rapporti giuridici del defunto. Ma le cose non sono poi cos semplici e ci non per esigenze di privacy (nel momento in cui moriamo non possiamo pi invocare alcuna riservatezza), ma per un duplice ordine di motivi.
Innanzitutto la gran parte di questi servizi fornita da soggetti stranieri, per cui potrebbero porsi questioni complicate (in grado di farci perdere tempo e danaro) in relazione alla legge e alle procedure applicabili; in secondo luogo, bisogner fare attenzione a quanto prevedono le clausole contrattuali dei singoli accordi che abbiamo sottoscritto con i fornitori dei nostri servizi 2.0.
Facebook, ad esempio, consente agli eredi che ne facciano richiesta la possibilit di conservare la pagina del defunto, trasformandola in una sorta di mausoleo virtuale e senza la possibilit di aggiornamenti di stato (il famoso a cosa stai pensando).
Per quanto concerne la posta elettronica, invece, se abbiamo una casella di posta elettronica @gmail i nostri cari potrebbero accedervi esibendo il nostro certificato di morte e la prova di aver intrattenuto con noi corrispondenza telematica (avete letto bene: se non gli avete scritto almeno una mail, non possono avere alcun dato). Hotmail, invece, lascer accedere gli eredi alle nostre e-mail richiedendo soltanto il certificato di morte; attenzione per a fare in fretta: gli account vengono disattivati dopo alcuni mesi di inattivit. Invece Yahoo! – per contratto esclude la possibilit che gli eredi possano accedere on line al nostro account; al massimo, se ne faranno richiesta documentata, potrebbero ricevere un CD contenente la nostra corrispondenza telematica.
Se vogliamo evitare rischi e problemi, ma non abbiamo intenzione di fare testamento, possiamo utilizzare uno dei tantissimi servizi on line (Legacy Locker, If I Die, Death Switch) in cui, come se fosse una cassetta di sicurezza, lasciare le nostre password in modo che, al momento del decesso, vengano comunicati via mail alle persone che noi indichiamo.
Una sola cautela: assicuriamoci di scrivere l’indirizzo giusto, un solo errore potrebbe far perdere per sempre tutta la nostra vita digitale o farla finire nelle mani (anzi, nelle mail) sbagliate.
Un mese fa mi sono occupato di Normattiva.it, il portale statale realizzato dal Poligrafico dello Stato per ospitare la banca dati gratuita di tutte le leggi vigenti.In particolare, segnalai la pagina di avviso legale che, come sostenuto anche dall’amico Guido Scorza (qui e qui), pu essere presa come simbolo delle vicende della (mancata) innovazione nel nostro Paese.
All’epoca il portale era on line da qualche giorno (in beta) e sarebbe dovuto diventare operativo dal mese di marzo 2010. Nel corso degli ultimi giorni sono tornato spesso sul sito www.normattiva.it, ma ogni volta che ho provato ad effettuare la ricerca mi comparsa sempre questa schermata, che indica come – contrariamente a quanto scritto sulla home page del sito – l’accesso non sia ancora possibile per tutti i cittadini.
“Un ritardo di qualche giorno”, “marzo non ancora finito” potrebbe dire qualcuno. A mio avviso, invece, la vicenda particolarmente grave per un duplice ordine di ragioni.
Il primo che in Italia viviamo di perenni progetti-pilota che non entrano mai a regime, di lunghissimi tempi per digitalizzare pochi atti e semplici procedimenti. Un esempio per tutti: negli USA la ormai famosa direttiva dell’Amministrazione Obama sull’Open Government prevedeva che le Amministrazioni rendessero accessibili on line tutti i propri dati nel termine di 45 giorni (si, avete letto bene: solo 45 giorni); nel nostro Paese – in un tempo ben maggiore – lo Stato centrale non riuscito a rendere accessibile a tutti la banca dati delle norme vigenti.
E comunque, nel momento in cui l’Amministrazione non riuscisse a rispettare i tempi che aveva reso noti (marzo 2010), perch non comunicare sullo stesso sito le ragioni del ritardo e la data in cui tutto sar on line? La sensazione, che si ha molte volte nell’e-gov italiano, che l’utente venga trattato non come cittadino che ha diritto ad avere un determinato servizio in tempi certi, ma come un “suddito digitale” che deve accontentarsi di quello che l’Ente – nella sua magnanimit – avr la bont di rendere disponibile, senza dover rendere conto (n tantomeno rispondere) di inconvenienti e ritardi.
Su Nova24 di gioved 3 marzo 2010 stato pubblicato un interessante approfondimento di Alessandro Longo sullo stato dell’arte del processo telematico nel nostro Paese dal quale emerge, grazie a dati e pareri (tra cui quello di chi scrive), il fallimento delle politiche fin qui poste in essere.
Di processo telematico si parla da anni in incontri, conferenze stampa e – persino – in provvedimenti normativi (il regolamento sul Processo Civile Telematico fu emanato con il D.P.R. n. 123 del lontano 13 febbraio 2001) ma, a dispetto dei roboanti annunci (e dei cospicui investimenti), il nostro sistema-giustizia ancora saldamente legato al cartaceo.
Come spesso accade in Italia il problema non fare le leggi, ma farle applicare; per non parlare del fatto che mancano seri meccanismi di monitoraggio dell’efficacia delle politiche perseguite.
Troppo grande, forse, lo iato tra la realt di “anarchia organizzata“ degli Uffici e i favolosi obiettivi di una giustizia dematerializzata. Con l’ovvia conseguenza che, in considerazione del rapido evolversi delle tecnologie, le norme diventano obsolete senza essere mai state davvero applicate.
Su tutto il territorio nazionale, quindi, il processo telematico una chimera. Discorso a parte merita il foro di Milano dove gi da tempo sono divenute telematiche parte delle notifiche e alcuni procedimenti (in particolare quelli per ingiunzione); per quanto il risultato di queste sperimentazioni possa essere positivo, nel 2010 le sedi-campione e i progetti-pilota non possono certamente bastare.
In questo momento l’unica cosa che funziona davvero il c.d. PolisWeb cio un sistema che consente all’avvocato di consultare, previa autenticazione, lo stato dei procedimenti in cui parte dinanzi a tutti i Tribunali, le Corti di Appello e la Corte di Cassazione.
Comodo, si, ma – ad oggi – non esiste ancora il fascicolo telematico, n possibile notificare atti e provvedimenti a mezzo posta elettronica (n certificata, n semplice).
Le cose dovrebbero cambiare dopo la conversione in legge del Decreto Legge n. 193/2009 (avvenuta con la Legge n. 24/2010) ma, come la storia recente ci insegna, il rischio che, anche questa volta, l’innovazione rimanga sulla carta.
E comunque, anche se venissero completamente attuate, le regole del 2001 non potrebbero mai consentire di sfruttare appieno le tecnologie del 2010. Sarebbe opportuno, quindi, azzerare tutto e pensare ad un processo davvero digitale.
Dieci anni fa l’idea del processo digitale era probabilmente risibile. Ora, se le nuove riforme entreranno davvero a regime, tutti gli atti potranno essere notificati e depositati attraverso l’uso di un browser e della posta elettronica (certificata). E poi, le riforme al codice di procedura civile hanno gi introdotto la possibilit di utilizzare la testimonianza scritta; perch non prevedere la possibilit per avvocati e testi di comparire davanti al giudice in modalit digitale (ad esempio in videoconferenza tramite skype)?
L’idea non del tutto assurda e consentirebbe notevoli risparmi di denaro. Gli avvocati non avrebbero bisogno di spostarsi da e verso i Tribunali, risparmiando tempo e soldi (e ci farebbe risparmiare anche i clienti) e riducendo le emissioni di gas serra. I giudici potrebbero tenere le udienze dai loro Uffici, con l’ovvia riduzione di spese dell’Amministrazione (personale, sicurezza, bollette); il risparmio dei costi del sistema potrebbe portare ad una riduzione del contributo unificato (la tassa che il cittadino paga sulla giustizia) e, quindi, consentire a pi persone l’accesso al sistema giudiziario.
Mi rendo perfettamente conto che questo condurrebbe ad un ripensamento dell’intera attivit processuale (e forense) e porrebbe alcune criticit. Bisognerebbe, ad esempio, pensare a strumenti per garantire ancora la pubblicit delle udienze (ad esempio creando delle stanze reali e virtuali in cui gli interessati possano scegliere di assistere all’udienza che vogliono); per non parlare del fatto che, per un avvocato, parlare davanti ad una webcam non la stessa cosa che parlare in un’aula in cui ci sono Magistrato, controparti e pubblico.I vantaggi che deriverebbero sono indubbi e vale quindi la pena di affrontare i problemi; credo sia il momento di cominciare a cambiare.
Che ne dite: chiedo troppo? Le automobili volanti arriveranno prima del processo digitale?
Ieri sul sito di ForumPA stata pubblicata una mia intervista sul tema della possibilit di attuare anche in Italia la dottrina dell’Open Government (qui sotto embeddo un estratto, mentre l’intervista completa potete leggerla qui).
Da qualche tempo, infatti, si guarda con ammirazione (e un po’ di invidia) alle realt in cui questo modello stato gi applicato (non solo Stati Uniti ma anche UK, Finlandia e Nuova Zelanda); indubbi i vantaggi che l’intero sistema-Paese ne avrebbe in termini di trasparenza, efficacia dell’azione amministrativa, riduzione dei costi e impulso al sistema economico-imprenditoriale (proprio ieri ne ha scritto anche Gigi Cogo in un bel post).
Ho provato ad individuare alcuni degli ostacoli che separano l’Italia dal modello americano nel passaggio dalla Closed Administration all’Open Government; possiamo distinguerli in due tipi: organizzativo e normativo.
Organizzativo perch le Amministrazioni, tranne rare e lodevoli eccezioni, non hanno consapevolezza del proprio patrimonio informativo e, prima di ogni altra cosa, dovrebbero impegnarsi in un vero e proprio censimento e digitalizzazione dell’esistente (ho detto la mia in modo pi approfondito qui).In secondo luogo, le norme vigenti in materia di trasparenza, privacy e digitalizzazione non sembrano adeguate a sostenere questo sforzo, come ho detto nell’approfondimento pubblicato su Forumpa.
Tuttavia, la strada – per quanto tortuosa e sconnessa – pu essere percorsa seguendo una duplice linea di azione: le singole Amministrazioni virtuose possono fin da ora iniziare a pubblicare il proprio patrimonio informativo (on line e in formato aperto), lo Stato e le Regioni devono modificare delle norme vigenti in modo da facilitare loro il compito e, pi in generale, imporre a tutti gli Enti il modello dell’Open Government (sfruttando, ad esempio, il decreto di modifica del Codice dell’Amministrazione Digitale che sar emanato nelle prossime settimane).
Ne parleremo sicuramente a Roma, nel secondo Barcamp InnovatoriPA che si terr il 18 maggio 2010 presso la Fiera di Roma nell’ambito di ForumPA; spero di incontrarvi in tanti.
Ci sono voluti quasi tre mesi, ma alla fine ce l’abbiamo fatta.
Come molti di voi ricorderanno, alla fine del mese di novembre 2009, Roberta Milano segnal la notizia che l’ENIT- Agenzia Nazionale del Turismo vietava i link al proprio sito, se non preventivamente autorizzati.
La segnalazione fece ben presto il giro della Rete e venne ripresa da molti blog, questo compreso. Il divieto di link, infatti, non solo era irragionevole ed illogico, ma contrario alle norme vigenti.
Tuttavia, non mi limitai a scriverci un post, ma da cittadino segnalai questa ed altre clausole dei termini d’uso del sito ENIT su Accessibile, il portale governativo dell’Osservatorio per le accessibilit dei servizi della Pubblica Amministrazione.
Ebbene, con piacere vi comunico che – a seguito di quella segnalazione – l’ENIT ha cambiato le condizioni d’uso del sito, eliminando il divieto di link e recependo le altre indicazioni (in particolare quella relativa all’abrogazione della Legge n. 675/1996).

I nuovi termini d’uso del sito ENIT
Sia chiaro: non ho mai pensato che l’ENIT avrebbe adito le vie legali per un link non autorizzato, ma ritengo si tratti di un bel segnale.
Significa che Accessibile funziona e che, quindi, abbiamo uno strumento che possiamo usare per essere davvero cittadini (e non sudditi) digitali.
Finora, infatti, le Amministrazioni non hanno spontaneamente adempiuto a tutti gli obblighi imposti dal Codice dell’Amministrazione Digitale; sicuramente colpa di uffici disorganizzati e della mancanza di sanzioni per gli Enti che non provvedano, ma anche di cittadini non consapevoli dei propri diritti e che, quindi, non si attivano per farli rispettare.
La buona notizia questa: sar lunga e tortuosa, ma – proprio grazie alle leggi – l’Amministrazione Digitale possiamo contribuire a costruirla anche noi, cittadini digitali. Basta pretendere che ci vengano riconosciuti i nostri diritti.
Come dimostrano le cronache di queste ultime settimane, i profili giuridici legati al Web sono ancora di grande attualit. La sempre maggiore diffusione delle tecnologie info-telematiche pone, infatti, importanti criticit in merito all’idoneit delle norme vigenti ma anche in ordine all’adeguatezza delle soluzioni all’esame del legislatore e all’impatto di alcune eclatanti decisioni giurisprudenziali.
Cade quindi in questo contesto la Conferenza annuale del Circolo dei Giuristi Telematici che si terr a Roma il 26 marzo 2010, ore 15, presso l’Auditorium della Casa di Previdenza Forense “Riccardo Scocozza“.
L’iniziativa si pone come luogo di riflessione ed approfondimento su alcune delle questioni pi delicate sul diritto dell’informatica: copyright, amministrazione digitale, posta elettronica certificata, responsabilit degli intermediari.
Leggendo il programma definitivo della conferenza (disponibile qui) troverete alcuni tra i pi importanti studiosi di informatica giuridica e diritto dell’informatica (Guido Scorza, Carmelo Giurdanella, Francesco Paolo Micozzi, Elio Guarnaccia, Marco Scialdone).
Con grandissimo piacere ci sar anch’io per parlare, ancora una volta, di Posta Elettronica Certificata alla luce della modifica del Codice dell’Amministrazione Digitale e del Codice di Procedura Civile.
La partecipazione gratuita e conferisce crediti per la formazione forense, quindi consigliabile iscriversi sul sito per esere sicuri di poter entrare.
Spero di incontrarvi in tanti
L’11 e 12 giugno 2010 si terr a Cagliari la quarta Conferenza Italiana sul Software Libero (ConfSL2010), per fare il punto sullo stato dellarte del Software Libero in Italia. Questo appuntamento il luogo dincontro di quanti in Italia sono attivi nella ricerca, nello sviluppo, nella promozione e nella diffusione del Software Libero.
Tanti, e tutti interessanti, gli aspetti che saranno trattati: economici, giuridici, tecnici, etici, sociali e filosofici.
Durante la Conferenza sono previste sessioni tematiche ed eventi paralleli a carattere sia accademico che divulgativo, che coinvolgeranno imprese, enti pubblici, universit ed enti di ricerca, sviluppatori, ricercatori, cittadini, operatori del settore ed appassionati, per conoscersi e avviare collaborazioni e progetti. In questa edizione (in cui ho l’onore di far parte del Comitato Scientifico della Conferenza) saranno presenti numerosi spazi di dibattito e coinvolgimento dei partecipanti.
Qui di seguito riporto la Call for Papers: invito tutti gli interessati ad inviare i contributi entro la scadenza del 18 aprile 2010.
Ci vediamo a Cagliari
IV CONFERENZA ITALIANA SUL SOFTWARE LIBERO – Call for Papers












