Internet in Costituzione? Parliamone …

gio, 3 giugno 2010 - 5 minutes read

Sono finite da qualche ora le celebrazioni della Festa della Repubblica, commemorazione del referendum istituzionale tenutosi il 2 e 3 giugno 1946, a seguito del quale l’Italia diventò una Repubblica. La data è importante anche per un altro motivo: negli stessi giorni gli Italiani eleggevano i componenti dell’Assemblea Costituente che avrebbero poi scritto la nostra Carta Fondamentale, entrata in vigore il 1° gennaio 1948.

De Nicola promulga la Costituzione della Repubblica Italiana

Nel suo tradizionale messaggio, il Capo dello Stato, On. Giorgio Napolitano – oltre a richiamare i valori che sono alla base della nostra Repubblica – ha rivolto a tutti un appello affinché l’Italia “si rinnovi” e “diventi più moderna“. Non è un mistero: l’arretratezza (anche tecnologica) del nostro Paese è un problema di cui molto si dibatte (purtroppo spesso soltanto tra addetti ai lavori), tentando di individuare possibili soluzioni che possano consentirci di trarre dall’uso delle nuove tecnologie i massimi benefici possibili in termini di sviluppo, diffusione della conoscenza, trasparenza ed efficienza del settore pubblico.

In questi ultimi giorni si è molto discusso in Rete della proposta avanzata da Riccardo Luna, direttore di Wired, di “portare Internet dentro la Costituzione“; l’iniziativa ha suscitato molte ed autorevoli reazioni e perplessità .

Pur non avendo sentito Riccardo e non conoscendo i termini della sua proposta, sento di intervenire in questo dibattito, in quanto da anni ritengo che quella di aggiornare la Carta Costituzionale alle modificazioni e alle esigenze determinate dalle nuove tecnologie non sia affatto un’idea peregrina.
Certo, bisogna valutare con grandissima attenzione come ammodernare i vecchi principi (specialmente in materia di manifestazione del pensiero e fruizione del patrimonio informativo e culturale) e, magari, aggiungerne di nuovi (penso, ad esempio, all’accesso alla rete come diritto fondamentale) per evitare di incorrere nei rischi di una eccessiva regolamentazione (quello che qualcuno definisce “determinismo guiridico“) o di modifiche destinate ad essere superate nel giro di pochi anni.

Ritengo, però, che ci siano tutti i presupposti per procedere ad una revisione costituzionale in tal senso, per almeno un duplice ordine di motivi.

Innanzitutto la Costituzione, al pari di tutte le altre norme giuridiche, è soggetta ad una fisiologica obsolescenza. “Ubi societas, ibi ius“, dicevano i latini: dove esiste una società umana, là esiste la legge; ma la società, in oltre sessant’anni è cambiata notevolmente, e non si può negare che l’avvento delle nuove tecnologie info-telematiche abbia determinato trasformazioni che non hanno eguali nella storia recente.

Naturalmente, le modifiche di cui si parla dovrebbero riguardare la Parte Prima della nostra Costituzione, quella che contiene i principi fondamentali e l’enunciazione dei diritti civili, politici e sociali. Spesso la Parte Prima è stata ritenuta immodificabile e trattata come fosse un “feticcio”; onestamente non comprendo i motivi di un tale approccio. Lo stesso costituente non ha inteso blindare tale parte della Carta, non sottraendola – quindi – a modifiche (l’art. 139 Cost. prevede, infatti, che solo “la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale“).
Gli interventi da proporre, a mio avviso, dovrebbero andare nel senso di aggiornare la Costituzione alle nuove conquiste (come studiosi ed economisti ben più illustri di me hanno già sostenuto con riferimento ad altri settori), migliorando ed accrescendo il novero e la qualità delle tutele costituzionali.

E poi, un intervento di rango costituzionale sarebbe più che auspicabile alla luce della storia recente, contraddistinta da un vero e proprio “oscurantismo tecnologico” che ha segnato le ultime legislature (senza distinzione alcuna tra i diversi schieramenti politici).
La copertura costituzionale su temi come l’accesso alla Rete e la libertà di manifestazione del pensiero, ad esempio, potrebbe accelerare alcuni processi (come la diffusione della banda larga) ed evitarne altri (penso a tutti i cc.dd. provvedimenti “ammazza-blog“, come il DDL Alfano sull’obbligo di rettifica).

I tempi sono maturi per discutere di progetti concreti da portare, poi, all’attenzione dell’opinione pubblica per passare dalle proposte alle azioni.
E’ qui, a mio avviso, sui contenuti che si dovrà misurare la cifra di un vero slancio riformista che metta, finalmente, al centro la Rete e l’innovazione.

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