Negli ultimi mesi, la PEC (Posta Elettronica Certificata) è stata al centro di un partecipato dibattito a seguito della scelta del Ministro Brunetta di farne lo strumento preferenziale di comunicazione tra cittadini, imprese e Pubbliche Amministrazioni.
Come i lettori di questo blog ricorderanno, il ricorso alla PEC non mi ha mai convinto appieno; tuttavia la PEC può rappresentare uno strumento per semplificare i rapporti con i cittadini, migliorare la qualità della vita degli utenti e ridurre i costi della burocrazia (sia per il settore pubblico sia per i cittadini).
Le cose, per il momento, non sono andate come era nei piani del Ministro Brunetta: molti sono i professionisti che (pur obbligati normativamente) non hanno attivato una casella PEC e pochi (pochissimi) i cittadini che hanno deciso di approfittare dell’iniziativa del Governo di “regalare” la PEC.
La causa di questo vero e proprio FLOP è da rintracciarsi, prevalentemente, nel fatto che le Amministrazioni non vogliono la PEC: salvo rare eccezioni, gli Enti non pubblicano sui propri siti l’indirizzo PEC, non consentono ai cittadini di presentare istanze e domande per via telematica, ignorano le comunicazioni telematiche di cittadini e imprese.
Tale comportamento è censurabile sotto un duplice profilo:
a) le Amministrazioni che non usano la PEC, continuando a preferire il cartaceo, sono Amministrazioni inefficienti (non cogliendo i vantaggi della dematerializzazione), che sprecano soldi pubblici (ogni comunicazione via PEC costa circa 19 euro in meno rispetto ad una cartacea), discriminatorie (costringono gli utenti diversamente abili al cartaceo e alle code agli sportelli); in poche parole, sono Enti che (in un’ottica ormai anacronistica) perseguono una logica burocratica (“abbiamo sempre fatto così“) e si rifiutano di rendere l’adempimento degli obblighi di legge il più semplice possibile.
b) le Amministrazioni che non usano la PEC violano la legge in modo grave ed inescusabile, ledendo alcuni diritti che sono già (da più di quattro anni) riconosciuti a cittadini e imprese.
Sotto questo profilo, è emblematico quanto accaduto negli scorsi giorni e che ha visto come protagonista il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.
Questi i fatti: un aspirante agrotecnico inviava domanda di partecipazione all’esame di stato via posta elettronica certificata; dal momento che la modalità telematica non era prevista dall’atto che aveva bandito la prova, il Collegio nazionale degli agrotecnici chiedeva al Ministero per la pubblica amministrazione e, appunto, al Ministero dell’Istruzione se l’istanza fosse correttamente presentata. Il primo a rispondere è stato il dicastero guidato dal Ministro Gelmini che ha categoricamente escluso la possibilità di usare la PEC in quanto l’ordinanza ministeriale non la prevedeva come modalità di inoltro delle domande di partecipazione, aggiungendo che la PEC
è uno strumento il cui utilizzo è ancora in fase iniziale e non è perciò compresa tra i possibili modi di invio delle domande di partecipazione agli esami abilitanti.
La nota del Ministero dell’Istruzione ha destato imbarazzo e scalpore e corre il rischio di vanificare molti degli sforsi fatti in questi mesi per incentivare l’uso della PEC; il Dipartimento della funzione pubblica si è quindi visto costretto ad intervenire sulla vicenda, sostenendo il contrario di quanto affermato dal Ministero dell’Istruzione e preannunciando una circolare “con la quale regolerà l’obbligatorietà di trasmissione tramite PEC di domande di partecipazione a qualsiasi tipo di concorso, ivi compresi quelli relativi alle iscrizioni agli albi professionali“.
In tanti mi hanno scritto per sapere chi avesse ragione in questa “querelle tra Ministeri” (ma non potevano parlarsi tra di loro?); ebbene, non può essere revocato in dubbio che nella nota del Ministero dell’Istruzione vi siano diverse inesattezze. In primo luogo, non è vero che la PEC è uno strumento ancora in fase sperimentale (è stata disciplinata con il decreto n. 68/2005 e, in base al D. Lgs. n. 82/2005, gli Enti avrebbero dovuto dotarsene dal 2006); ma la cosa più grave è che vengono ignorate completamente le disposizioni contenute negli articoli 6 D. Lgs. n. 82/2005 (che ha introdotto il diritto all’uso della posta elettronica certificata) e 48 D. Lgs. n. 82/2005 (che espressamente prevede come la trasmissione di comunicazioni via PEC equivalga alla notificazione a mezzo posta).
Come ho già scritto qualche settimana fa, la PEC è un diritto e quindi i cittadini possono utilizzarla (con le modalità previste dalla legge) senza richiedere un assenso preventivo dell’Ente a cui scrivono.
A livello normativo, la PEC è equiparata alla raccomandata con avviso di ricevimento e, quindi, si può sostenere che la previsione dello strumento “raccomandata” nel bando di concorso, di per sè, implichi la possibilità per il privato di partecipare con la PEC; di fronte ad un provvedimento di esclusione, al candidato non resterebbe che l’impugnativa al Giudice Amministrativo (T.A.R.) per far valere i vizi di violazione di legge ed eccesso di potere.
E comunque, se anche l’Amministrazione – nel bando – escludesse espressamente l’invio tramite PEC, questa esclusione (limitando la partecipazione) dovrebbe essere adeguatamente e congruamente giustificata; in caso contrario, contro una previsione di tal genere si potrebbe adire il T.A.R..
Qualche mese fa, in una presentazione sulla Posta Elettronica Certificata, avevo parlato di “Fiction della PEC” per provare a descrivere le vicende (normative e amministrative) di questo strumento: una storia fatta di continui colpi di scena e in cui il “lieto fine” sembra allontanarsi sempre di più.
E’ condivisibile, quindi, il disappunto che emerge nella nota del Dipartimento della funzione pubblica; orientamenti come quelli del MIUR sono ormai inaccettabili. Le norme ci sono (da anni) e sono chiarissime: le Amministrazioni non possono impedire l’uso delle tecnologie nei procedimenti amministrativi.
A mio modesto avviso, non sono necessarie circolari (come quella preannunciata da Brunetta): le norme devono essere fatte rispettare, utilizzando tutti i rimedi previsti dall’ordinamento, in primis quello giudiziario.
Se gli Enti non avranno la sensibilità e la diligenza di garantire l’effettività dei diritti digitali, un Giudice sarà chiamato ad ordinarglielo.
Dopo una lunga pausa, ritorna l’appuntamento conOpen Links, rubrica nata per raccogliere segnalazioni, notizie e spunti in materia Open Data e Open Government.
L’autunno che sta arrivando sarà molto intenso e mi vedrà impegnato (insieme agli amici di sempre) in tante iniziative per la diffusione della dottrina Open anche nel nostro Paese; come già ho scritto, non bisogna perdere altro tempo, anche perché sono sempre più i Paesi che intraprendono politiche di questo tipo, sperimentandone i vantaggi e non possiamo correre il rischio di rimanere ancora indietro.
1. Negli USA, ad esempio, è stata lanciata l’iniziativa Code for America, progetto non governativo finalizzato a mettere in contatto la community degli svilppatori con le amministrazioni locali. Nel video che embeddo qui sotto, l’iniziativa è promossa da alcuni dei più autorevoli protagonisti del Web 2.0.
2. Il movimento dell’Open Government continua ad ottenere importanti successi anche fuori dagli USA. Anche in Australia, dove il Governo aveva costituito una vera e propria Taskforce per il Governo 2.0, è stato adottato un documento ufficiale (Declaration of Open Government) in cui l’esecutivo si impegna ad utilizzare le tecnologie per assicurare maggiore trasparenza e agevolare la collaborazione con i cittadini.
3. In Inghilterra il Governo ha deciso di accelerare sulla strada dell’Open Data: il Primo Ministro, infatti, ha nominato un nuovo comitato che si occupa proprio della trasparenza del settore pubblico: il Public Sector Transparency Board.
Il comitato, presideduto dal Ministro competente (a dimostrazione dell’importanza che la materia ha per il Governo) e composto – tra gli altri – da persone del calibro di Tim Berners-Lee e Rufus Pollock, si è già messo al lavoro e sta elaborando i principi cui improntare tutte le iniziative di liberazione dei dati pubblici; si tratta di un lavoro da seguire con interesse ed attenzione.
4. Anche la Grecia, nonostante la gravissima crisi economica attraversata, ha deciso di intraprendere la strada dell’Open Data; nei giorni scorsi è stato lanciato il sito geodata.gov.gr dedicato ai dati geospaziali. Anche questo progetto è stato realizzato grazie al contributo di un gruppo di lavoro ad hoc, costituito dal Primo Ministro.
Sarebbe auspicabile che un’iniziativa analoga venisse assunta anche dal Governo Italiano ma, al momento, sembra un’utopia visto il totale disinteresse dimostrato per le tematiche Open.
Buona lettura e alla prossima
Nel corso degli ultimi anni, i siti Web istituzionali hanno acquisito una sempre maggiore importanza, diventando – di fatto – il principale front office di ogni Amministrazione, e lo stesso legislatore si è occupato più volte di definire caratteristiche e contenuti dei website pubblici; tuttavia, gran parte degli Enti non rispetta tali disposizioni e non riesce ad utilizzare questo mezzo in modo da renderlo efficace strumento di trasparenza ed erogazione di servizi on line a cittadini e imprese.
Per questo motivo, riveste grande importanza la notizia che il 26 luglio scorso sono state pubblicate sul sito del Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione le “Linee guida per i siti web delle PA“. Il documento, previsto dall’art.4 della Direttiva n. 8/2009 del Ministro Brunetta e redatto da un gruppo di lavoro interno (composto da esperti del Dipartimento della Funzione Pubblica, del Dipartimento Digitalizzazione e Innovazione tecnologica, di DigitPA e di Formez PA), ha l’obiettivo di suggerire alle Pubbliche Amministrazioni criteri e strumenti per razionalizzre i contenuti on line, ridurre i siti web pubblici obsoleti e migliorare quelli attivi.
Le Linee Guida, prima di essere pubblicate, sono state oggetto di una consultazione pubblica (a dire il vero, poco partecipata) della durata di due mesi, condotta attraverso un forum di discussione dedicato sul sito del Ministero.
Ad una lettura attenta, non sfuggirà che il documento è privo di un contenuto innovativo, avendo la funzione di fornire alle Amministrazioni una guida agli obblighi normativi da tempo vigenti; ciononostante, le Linee Guida rappresentano uno strumento utile sia per gli Enti (nel percorso di adeguamento tecnico-normativo al fine di evitare responsabilità e contenzioso) sia per i cittadini (nella creazione della consapevolezza dei loro diritti digitali).
Ho provato a ricostruire le norme relative ai siti web delle PA in un articolo pubblicato dalla rivista E-Gov di Maggioli (che ospita altri interessantissimi contributi sulla materia: uno sulla funzione dei siti istituzionali e l’altro sulla nuova figura del responsabile della pubblicazione); in questa sede ci tengo a sottolineare come l’iniziativa del Ministero rappresenti l’occasione per ripensare, finalmente, tutta l’architettura dei siti pubblici, tralasciando improvvisazioni e facili appalti affidati all’esterno, secondo comodi cliché, con siti dai contenuti inutili e sempre uguali.
Con l’articolo dal titolo “Open Government, non perdiamo altro tempo” inizia oggi la mia collaborazione con Apogeonline, webzine della casa editrice Apogeo.
I temi che affronterò sono particolarmente cari ai lettori di questo blog e riguardano, in particolare, l’Open Government e la liberazione dei dati pubblici, la sua evoluzione, le sue implicazioni per amministrazioni e cittadini, e – naturalmente – la sua diffusione nel nostro Paese.
Ringrazio Sergio Maistrello, coordinatore editoriale della rivista, per la sensibilità mostrata nei confronti di questo argomento e per avermi dato la possibilità di dare il mio modesto contributo alla causa del movimento Open Gov nel nostro Paese.
Buona lettura

(Immagine di opensourceway)










