Liberiamo i dati … anzi no: ce li riprendiamo

lun, 6 settembre 2010 - 3 minutes read

In queste ore stanno facendo molto discutere le dichiarazioni del prof. Enzo Boschi, presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. L’INGV è un ente di ricerca (istituito con D. Lgs. n. 381/1999) che, da qualche tempo, rende pubblici sul proprio sito i dati relativi ai terremoti; si tratta di un raro (ed intelligente) esempio di diffusione on line dei dati pubblici.

La mappa dei terremoti dal sito INGV

Dal presidente di un ente pubblico illuminato sarebbe stato lecito aspettarsi un’ulteriore accelerazione verso vere e proprie politiche di Open Data e, invece, si apprende che l’Istituto starebbe valutando di smettere di rendere pubblici i dati sui terremoti per evitare che “vengano travisati“.

Sono sicuro che si tratta di una provocazione, ma ritengo che questa “minaccia” sia assolutamente sbagliata, fuori luogo e anacronistica, dal momento che giunge proprio nel momento in cui tutto il mondo va nella direzione di liberare i dati pubblici on line senza alcuna limitazione e restrizione (basti pensare a www.deepwaterhorizonresponse.com, il sito realizzato dall’Amministrazione USA per diffondere le informazioni sulla catastrofe ambientale verificatasi nel Golfo del Messico).

Anche la motivazione addotta dal prof. Boschi è assai discutibile: “visto che usate i dati per giungere a conclusioni diverse dalle nostre, non li pubblichiamo più“.

Nel momento in cui un dato viene reso pubblico non si può impedire a chi vuole di interpretarlo o rielaborarlo e il prof. Boschi dovrebbe essere contento del fatto che le pagine del sito INGV siano visitate; sono persuaso, infatti, della circostanza per cui i cittadini e i media siano in condizione di valutare nel tempo l’affidabilità delle diverse interpretazioni fornite, distinguendo i veri esperti dalle “Cassandre” e dagli opportunisti.
Al contrario, non pubblicare i dati significa sottrarsi ad ogni confronto e non avere fiducia nell’opinione pubblica e nei cittadini, non visti come utenti cui rendere conto ma come sudditi che non meritano di essere informati.

Le dichiarazioni del prof. Boschi dimostrano, semmai, che l’effettiva realizzazione anche nel nostro Paese di politiche di Open Government passa per nuove norme che impongano agli Enti di liberare i dati; diversamente, ciascuna Amministrazione, sulla base delle convenienze del momento, potrebbe decidere di privare i cittadini di quello che deve essere riconosciuto come un vero e proprio bene della vita: l’accesso all’informazione pubblica.
Sono sempre di più i Paesi che hanno deciso di farne un vero e proprio diritto e alcuni, come il Kenia, hanno addirittura deciso di inserirlo in Costituzione.

Se nel nostro ordinamento giuridico ci fosse una disposizione analoga, nessuno potrebbe pensare di tenere nel cassetto dati pubblici (acquisiti con soldi e nell’interesse dei cittadini).

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