Tech.Law: “Instagram, la “Photo Map” e la (cultura della) privacy che non c’è”

mer, 29 agosto 2012 - 2 minutes read

«La privacy esiste ancora?» Con questa domanda, qualche giorno fa, una giornalista mi ha invitato a commentare questa estate in cui – più del solito – abbiamo guardato “le vite degli altri” attraverso i social media, oltre che da giornali e TV.

Pur consapevole che – per molti – la risposta sarebbe stata «No!», ho spiegato perché – per fortuna, a mio avviso – la privacy non sia morta, anche se il concetto di riservatezza è destinato, più di altri, a mutare nel tempo e ad essere eroso sia dall’evoluzione sociale che dal progresso tecnologico che stiamo vivendo.

Internet e i social media hanno impattato in modo epocale sulla privacy, sotto un duplice ordine di profili:

giuridico: le leggi in materia di riservatezza, scritte solo pochi anni fa, sono diventate rapidamente obsolete, per non parlare delle numerose questioni di compatibilità normativa che si sono poste in relazione alle piattaforme social maggiormente utilizzate;
culturale: gli utenti, specialmente i più giovani, condividono volontariamente una mole sempre crescente di informazioni che li riguardano, spesso senza adeguata consapevolezza. Consapevolezza del fatto che tutti possono accedere a quelle informazioni, che i contenuti condivisi possono essere incrociati con altri dati e che su di essi – una volta pubblicati – si perde il controllo.
Emblematico in questo senso è il caso di Instagram. La nota applicazione di condivisione di foto usata da oltre 80 milioni di utenti nel mondo, è stata di recente rilasciata nella versione 3.0 che, tra le altre novità, prevede la c.d. “Photo Map”. Si tratta, in sostanza, della possibilità di visualizzare su di una mappa le foto condivise da ciascun utente.

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Instagram 3.0 – Photo Maps Walkthrough from Instagram on Vimeo.

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