La trasparenza è un metodo

sab, 16 febbraio 2013 - 4 minutes read

Chi mi segue sui social e in giro per la rete, sa che nelle ultime tre settimane sono stato molto impegnato sul versante della trasparenza (e, quindi, degli Open Data) con gli amici di Agorà Digitale.

Proprio mentre eravamo impegnati nella Settimana della Trasparenza per verificare il livello di apertura delle PA italiane sui dati di spesa (i dati li trovate qui), il Governo ha accelerato l’iter di approvazione del decreto unico di riordino delle norme in materia di trasparenza. In meno di un mese (dal 21 gennaio al 15 febbraio), il provvedimento – attuativo della Legge anticorruzione n. 190/2012 – è stato approvato prima in via preliminare e via definitiva: pochissimo tempo, quindi, per digerire e ponderare le osservazioni degli Enti competenti (come il Garante Privacy) e le proposte arrivate dalla rete (qui trovate quelle cui abbiamo lavorato con AgoràDigitale, FOIA.it e OpenMediaCoalition).

Ma la cosa che fa riflettere è il metodo con cui si è arrivati a tale approvazione definitiva: nessuna concertazione e coinvolgimento (altro che collaborazione e open government) degli altri attori amministrativi (giudicati alla stregua di ostacoli, da superare velocemente) nè di cittadini e associazioni che da tempo si battono per la trasparenza e avrebbero potuto portare un contributo (piccolo o grande che sia non importa).
E non finisce qui. Il testo è stato approvato senza essere messo nemmeno all’ordine del giorno, strana prassi per una norma sulla “trasparenza”: i cittadini italiani non sono stati messi in condizione di sapere che il Governo avrebbe approvato il decreto nella seduta del 15 febbraio. Nè in queste tre settimane il Governo ha deciso di essere davvero trasparente e – pur non essendovi tenuto – di pubblicare le bozze del decreto (come pure, per trasparenza, ha fatto il tanto criticato Garante Privacy).

Tutto formalmente ineccepibile, ci mancherebbe: il decreto è pienamente legittimo (sul contenuto, dovremo a questo punto aspettare il solito giornalista “beninformato” che ne ha avuto una copia o – chissà quando – la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale).

Da questa storia, consolido il convincimento che la trasparenza sia un metodo, un modo di operare che va oltre l’adesione pedissequa alle norme di legge.
Essere trasparenti si può, se si vuole… anche senza cambiare le norme: perché è etico rendere conto ai cittadini, perché i processi decisionali possono essere migliorati grazie alla consultazione, perché la trasparenza incrementa l’efficienza della gestione e riduce i fenomeni di tipo corruttivo.

E invece, le prassi continuano ad essere le stesse di quando le tecnologie non c’erano e le amministrazioni continuano a disapplicare le norme in materia di trasparenza, cercando sempre motivazioni (giuridiche e non) per sottrarsi all’applicazione (pensate che i Ministri che ieri hanno approvato il decreto – vantandosene con la stampa – non hanno ancora pubblicato i dati delle spese dei loro uffici, pur essendovi tenuti).

La verità è che, salvo poche eccezioni, la trasparenza è vissuta con fastidio e come imposizione. Perché cambiare modo di lavorare, rendere conto alla comunità o perdere rendite di posizione?
Tanto, finora, i cittadini mica hanno votato guardando queste cose. O no?

dg_2947

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