L’agonia della nostra democrazia

sab, 23 febbraio 2013 - 4 minutes read

In questo sabato di “silenzio”, mi scorre davanti il film di questa pessima campagna elettorale che, a giudizio di tutti, ha segnato un punto particolarmente basso nella nostra vita democratica.
Ieri sera, istintivamente, ho twittato un’amara riflessione sulle condizioni critiche della democrazia rappresentativa (non solo in Italia).

Leggendo la discussione che ne è scaturita, mi è tornata in mente questa riflessione di Edward Morgan Foster:

“È improbabile che la morte della democrazia sia un assassinio perpetrato mediante un’imboscata. Sarà piuttosto una lenta estinzione per apatia, indifferenza e sottonutrizione”.

Apatia, indifferenza e sottonutrizione: era tutto già scritto, quindi.

L’apatia delle istituzioni, innanzitutto. È evidente l’incapacità di adeguare procedure e regole democratiche (disciplinate all’indomani del secondo conflitto mondiale) al mutato contesto sociale e tecnologico: nell’epoca dei social media, le norme sulla campagna elettorale (dal divieto di pubblicare sondaggi al “silenzio”) e sulle lezioni (ancora matita copiativa e risultati in “.pdf”) sono ormai un rito anacronistico ed obsoleto.

L’indifferenza dei cittadini che, nel migliore dei casi, si orientano nell’ultima settimana per un voto di protesta. Ma negli anni precedenti non leggono, non si informano e – addirittura – non hanno strumenti per leggere e interpretare quello che succede. Indifferenza che si traduce nel non partecipare alla vita democratica, nel non premiare i comportamenti virtuosi che ci sono, resistendo alla generalizzazione del “tanto sono tutti uguali“.

La sottonutrizione rappresentata dalle prassi di istituzioni e partiti poco trasparenti (quanti candidati hanno pubblicato, on line e in tempo reale, i dati su risorse e finanziatori), dall’assuefazione all’assenza di un confronto pubblico tra i candidati, dall’utilizzo autoreferenziale dei social media (senza rispondere a domande e critiche degli elettori, figuriamoci!), o addirittura selezionando i giornalisti da ammettere agli eventi. Per non parlare dell’impossibilità di scegliere, con metodo davvero democratico, rappresentanti ed eletti (decisi da una ristrettissima cerchia di 10 oligarchi).

E non è solo campagna elettorale.
Se non voglio essere trasparente nella rendicontazione delle spese della candidatura, non lo sarò una volta eletto. E quindi la macchina burocratica continuerà ad essere opaca, inefficiente o – peggio – utilizzata da loschi uomini di malaffare.

Se non rispondo alle domande degli elettori, non sarò inclusivo nel processo decisionale che – quindi – allontanandosi dai cittadini, continuerà a perdere legittimazione.

Se pretendo di scegliere i giornalisti sulla base della loro appartenenza/provenienza, come potrò tenere conto delle esigenze delle minoranze e dell’altro da me e non acuire, quindi, conflitti sociali e discriminazioni?

La domanda è allora: come possiamo evitare che l’agonia della democrazia si concluda con la sua estinzione.
Da qualche anno, credo che esista un’alternativa al ritorno (non improbabile) di nuovi totalitarismi, oligarchie e plebiscitarismi: si chiama “Open Government“, governo aperto.

La democrazia si salva, se evolve da un modello di tipo rappresentativo puro ad un modello di tipo collaborativo: non viene sminuita l’importanza delle decisioni degli eletti, ma la delega non è più (come oggi) assoluta e il cittadino è continuamente vigile e coinvolto. In questo nuovo paradigma, le nuove tecnologie assumono un ruolo importante ma non salvifico e devono essere utilizzate in modo da essere strumentali all’attuazione dei principi di trasparenza, partecipazione e collaborazione.

La medicina che serve ad uscire dall’agonia esiste: impegno, attenzione e confronto.

È questa la sfida più importante che ci attende e dalla quale passa anche la soluzione dei tanti italici problemi (dallo sviluppo al lavoro, dall’innovazione alla corruzione).
Eppure, nessuno dei medici che dovrebbero curare questo paziente moribondo ne ha parlato in campagna elettorale.

Open source matters to open government. Really. (high res)

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