Tech.Law: “Napolitano, i dieci saggi e l’occasione perduta per il crowdsourcing”

mar, 2 aprile 2013 - 3 minutes read

È la notizia del giorno: oggi il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, incontrerà i dieci componenti dei gruppi di lavoro istituiti – al termine delle consultazioni – che avranno il compito di discutere dei temi istituzionali e di quelli economico-sociali (i cosiddetti “saggi”).

La scelta del Capo dello Stato ha sollevato molte critiche e polemiche: più di qualcuno ha eccepito l’irritualità della procedura e la sua scarsa aderenza alla nostra Costituzione, tanti hanno protestato perché tra i dieci saggi non vi sono né donne né giovani, molti altri hanno criticato i criteri con cui si è proceduto all’individuazione dei componenti dei gruppi di lavoro.

E non si tratta di tema secondario, visto il compito affidato ai saggi. Nel parlarne ai giornalisti, Napolitano ha detto “mi accingo a chiedere a due gruppi ristretti di personalità tra loro diverse per collocazione e per competenze di formulare – su essenziali temi di carattere istituzionale e di carattere economico-sociale ed europeo – precise proposte programmatiche che possano divenire in varie forme oggetto di condivisione da parte delle forze politiche”.

A mio avviso, uno dei punti più problematici dei gruppi di lavoro è proprio questo: nell’era dell’Open Government e a solo un mese dalle elezioni politiche in cui i diversi schieramenti si sono presentati con proprie proposte programmatiche, il Presidente della Repubblica ha scelto di affidare la realizzazione del programma di un nuovo Governo ad organismi non previsti dalla Costituzione (né da alcuna legge o prassi) e senza alcuna legittimazione popolare.

Consapevole di questa criticità, ieri il Quirinale – con un comunicato stampa – si è affrettato a precisare “il carattere assolutamente informale” e “il fine puramente ricognitivo“ dell’iniziativa assunta dal Presidente della Repubblica.

Insomma, la costituzione dei gruppi di saggi rappresenta l’esperimento creativo in una situazione politica del tutto anomala e indecifrabile. Ebbene, anche visto in quest’ottica, l’esperimento non convince perché figlio di una concezione e di una logica del secolo scorso: nomina di personalità illuminate che non devono rendere conto a nessuno se non a chi li ha nominati, con attribuzione dell’importantissima funzione di individuare le riforme da fare, scavalcando così il dialogo tra i rappresentanti dei cittadini eletti in Parlamento.

Se proprio c’era bisogno di una soluzione creativa, poteva essere scelto un metodo al passo con i tempi, utilizzando la rete e coinvolgendo i cittadini attraverso il crowdsourcing.

Da un lato, infatti, questo avrebbe consentito di aprire il processo in modo realmente trasparente (ma fuori dalla retorica della “democrazia diretta” e dello streaming), ma avrebbe anche permesso la formulazione di proposte di riforma che andassero oltre quelle su cui – da anni – i partiti sono “incartati” e avrebbe garantito una maggiore legittimazione democratica dei risultati di tale processo.

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