Da AgendaDigitale.eu: “Open data: molte parole, contraddizioni e nessun investimento”

lun, 1 luglio 2013 - 3 minutes read

Forse non tutti sanno che, nel corso del vertice dei G8 tenutosi nel Regno Unito il 17 e 18 giugno, i Capi di Stato e di Governo di quelli che una volta venivano definiti “gli 8 Paesi più industrializzati del Mondo” hanno parlato anche di innovazione e di Open Data.

E non si sono limitati a discuterne. Infatti, grazie all’importante lavoro di impulso dato dal Governo inglese, gli otto Paesi hanno sottoscritto una vera e propria “Carta dei dati aperti” (Open Data Charter).

Partendo dal presupposto per cui i dati aperti rappresentano un’incredibile occasione per rendere i governi più trasparenti ed efficienti, oltre che per stimolare la crescita economica, sono stati definiti cinque principi:

1) Open Data By Default

2) Quantità e Qualità dei dati aperti

3) Accessibilità dei dati per tutti

4) Utilizzare i dati aperti per migliorare la Governance

5) Utilizzare i dati aperti per promuovere l’innovazione

Ma non si tratta solo di una generica enunciazione di principi: gli Stati si impegnano ad attuarli – al più tardi – entro il 2015, identificando altresì i dati di più alto valore da liberare prioritariamente (ad esempio, dati su aziende e registro imprese, criminalità, dati di performance delle strutture sanitarie, informazioni sulla qualità delle scuole, leggi e regolamenti).

Ciascun Paese dovrà descrivere le politiche per raggiungere questi obiettivi in un vero e proprio “piano d’azione” sulla cui implementazione discutere in un successivo incontro che si terrà nel corso del 2014.

Si tratta indubbiamente di un’iniziativa ambiziosa, per un duplice ordine di motivi: da un lato, per la prima volta in modo così compiuto, si affronta il tema dei dati aperti in ambito multinazionale, dall’altro perché questa Carta tiene in conto dell’esperienza (e quindi degli errori) che i Paesi pionieri (come USA e UK) hanno compiuto.

Per non parlare della circostanza per cui la Carta definisce uno standard minimo di una seria politica nazionale in materia di dati aperti. Certo, adesso bisognerà capire come – esaurita la Presidenza inglese che tanto si è spesa sul tema della trasparenza – gli Stati si impegneranno davvero.

A cominciare dall’Italia, uno dei Paesi – anche secondo il monitoraggio condotto da Open Knowledge Foundation proprio in occasione del G8 meeting – più indietro tra gli otto firmatari della Carta.

Nel nostro Paese, infatti, si parla ancora molto di Open Data e esiste un’attiva comunità fatta di amministratori/funzionari illuminati e civic hackers, ma ancora non esiste una strategia consapevole in materia di dati aperti.

Se dovessimo fare un riassunto: molte parole, altrettante contraddizioni e nessun investimento.

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