Category: Diritto d’autore

Nel corso degli ultimi giorni l’annoso dibattito relativo alle iniziative legislative in materia di file sharing è stato riaperto dalle autorevoli dichiarazioni del Ministro  Roberto Maroni (che hanno avuto vasta eco anche al di fuori dei confini nazionali) il quale ha ammesso di utilizzare i sistemi di file sharing per scaricare musica dal Web e ha auspicato il superamento  della disciplina attualmente vigente.

In molti hanno salutato con favore la presa di posizione di Maroni, prestigioso esponente del Governo, sperando che possa essere il preludio di un nuovo intervento del Legislatore che – abbandonando l’approccio repressivo – preveda la legalizzazione degli usi non commerciali del file sharing. Per questo ho accolto con grande piacere l’invito di Luca Nicotra (Presidente di Agorà Digitale) ad essere tra i primi firmatari di una lettera aperta all’On. Maroni, per chiedere al Ministro di passare dalle (belle) parole ai conseguenti provvedimenti normativi.

Di seguito riporto il testo della lettera a cui tutti possono aderire attraverso l’apposita petizione web (all’indirizzo http://www.agoradigitale.org/letteramaroni) oppure attraverso la la pagina Facebook dedicata (http://www.facebook.com/pages/Maroni-legalizza-il-file-sharing/116962984983268).

Business Model

(immagine di AKMA)

On.le Ministro Roberto Maroni,

Abbiamo letto con interesse le notizie che riferiscono della sua abitudine come di qualsiasi appassionato di musica, di scaricare brani da Internet.

Come già più volte aveva fatto in passato, in due interviste, una pubblicata in data 9 aprile dal settimanale Panorama, e l’altra concessa a Radio Uno in data 10 aprile, Lei ha nuovamente dichiarato di essere contrario ad approcci repressivi, come quello francese della disconnessione da internet dei cosiddetti “pirati”. Lei ipotizza addirittura una strada di collaborazione tra utenti e produttori di contenuti d’intrattenimento. Lei ha inoltre giustamente ribadito che esiste una differenza sostanziale tra il furto e la condivisione, sottolineando che l’uso di reti di file sharing equivale “a fare una copia di un cd acquistato e regalarla ad altri, cosa che avviene normalmente quando compriamo un cd e facciamo la copia per i nostri amici”.
Anche il ministro Giorgia Meloni in passato fece dichiarazioni simili.

Apprezziamo il coraggio e la sincerità di chi, come Lei, si prende la responsabilità politica di raccontare la quotidianità di quanto avviene nel nostro Paese: milioni di utenti hanno ormai scelto lo strumento informatico per la ricerca e lo scambio dei contenuti che più li interessano.

Questo fenomeno non può essere semplicemente liquidato come criminalità, o, peggio “pirateria”.

Peraltro, le Sue dichiarazioni sono supportate dai risultati dell’indagine conoscitiva sulla pirateria digitale non a scopo di lucro condotta dall’Autorità per le Garanzie nelle Telecomunicazioni (AGCom), pubblicata qualche settimana fa, nella quale si evidenzia come la pirateria non commerciale nella gran parte dei casi beneficia il mercato e come misure repressive contro questo fenomeno siano inutili e dannose.

Coloro i quali si battono come noi per l’affermazione delle libertà individuali nel dominio digitale non chiedono alle istituzioni di rinunciare al proprio ruolo regolatore, ma di discutere le possibili riforme per gestire la situazione reale, che Lei mostra di ben conoscere, adottando gli opportuni provvedimenti.

Da Ministro Lei può fare molto per trarre le dovute conseguenze da quanto ha sostenuto pubblicamete.

Innanzitutto chiedendo l’abolizione della legge Urbani nella parte in cui criminalizza il file sharing sanzionandolo penalmente.

In secondo luogo impegnandosi a sostenere iniziative normative che vadano nella direzione da Lei indicata.

Già in parlamento sono state depositate alcune proposte di legge che prevedono la legalizzazione degli usi non commerciali del file sharing, come quella a prima firma Marco Beltrandi, che prevede un pagamento di una licenza da parte dell’utente o quella a prima firma Roberto Cassinelli che amplia lo spettro delle utilizzazioni libere.

Per esporLe il contenuto delle proposte e presentarLe altre attività alle quali potrebbe essere interessato a partecipare siamo a chiederLe un incontro.

Se Lei volesse essere promotore di un’iniziativa legislativa, o approfondire l’argomento, saremo lieti di mettere a Sua disposizione il contributo di esperti e centri studi che potrebbero arricchire il lavoro e il dibattito sui temi che ha dimostrato di tenere nella giusta considerazione.

Certi di un Suo gentile riscontro, porgiamo distinti saluti

PRIMI FIRMATARI:

• Ernesto Belisario, avvocato ed esperto in diritto delle nuove tecnologie
• Sergio Bellucci, consulente LAIT spa, Presidente Net Left
• Marco Beltrandi, deputato radicale
• Rita Bernardini, deputato radicale
• Paolo Brini, portavoce del Movimento ScambioEtico
• Renato Brunetti, presidente di Unidata
• Marco Cappato, presidente dell’Associazione Agorà Digitale
• Alessandro Capriccioli, blogger, membro del direttivo di Agorà Digitale
• Roberto Cassinelli, deputato del Popolo delle Libertà
• Marco Ciurcina, presidente dell’Associazione Software Libero
• Juan Carlos De Martin, co-direttore del Centro NEXA – Politecnico di Torino
• Fiorello Cortiana, Condividi la Conoscenza
• Arturo Di Corinto, giornalista, presidente di Free Hardware Foundation
• Luigi Di Liberto, coordinatore del Movimento ScambioEtico
• Diego Galli, responsabile Internet di Radio Radicale
• Giovanni Battista Gallus, avvocato ed esperto in diritto delle nuove
tecnologie
• Alessandro Gilioli, giornalista e blogger
• Athos Gualazzi, presidente dell’Associazione Partito Pirata
• Giulia Innocenzi, co-conduttrice di Annozero e blogger
• Lorenzo Lipparini, membro del direttivo di Agorà Digitale
• Flavia Marzano, presidente UnaRete
• Matteo Mecacci, deputato radicale
• Francesco Paolo Micozzi, avvocato ed esperto in diritto delle nuove tecnologie
• Luca Nicotra, segretario dell’Associazione Agorà Digitale
• Marco Perduca, senatore radicale
• Marco Pierani, Responsabile Istituzioni Altroconsumo
• Marco Ricolfi, co-direttore del Centro NEXA – Università di Torino
• Marco Scialdone, avvocato ed esperto in diritto delle nuove tecnologie
• Guido Scorza, presidente Istituto per le politiche dell’innovazione
• Mario Staderini, segretario di Radicali Italiani
• Vincenzo Vita, senatore del Partito Democratico
• Vittorio Zambardino, giornalista e blogger

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Nel corso degli ultimi mesi si è molto parlato del Decreto del Ministro per i beni e le attività culturali 30 dicembre 2009 in materia di “equo compenso per copia privata previsto dalla Legge sul diritto d’autore.

Ebbene, dopo le perplessità avanzate dagli esperti e dagli utenti e dopo aver assistito già ai primi rincari dei prodotti elettronici, alcune importanti società IT italiane e le maggiori associazioni di consumatori nei prossimi giorni si rivolgeranno ai Giudici per chiedere che venga dichiarata l’illegittimità – che sembra evidente – del c.d. Decreto Bondi.

Sui molteplici profili di presunta illegittimità del provvedimento, quindi, si pronunceranno i Giudici che decideranno se l’industria ed i consumatori italiani dovranno davvero rassegnarsi a pagare questa ennesima “tassa”, il cui ammontare è di circa 100 milioni di euro l’anno.

Tuttavia, in attesa che la Magistratura si pronunci, sarebbe opportuna una sospensione dell’efficacia dello stesso, specialmente in considerazione degli effetti dannosi che la sua applicazione potrebbe arrecare al mercato e ai consumatori. Si tratta di oltre 8 milioni di euro al mese, soldi che i cittadini, utenti e consumatori rischiano di ritrovarsi a pagare – in maniera assolutamente non trasparente – all’atto dell’acquisto di una moltitudine di prodotti di elettronica di consumo (come telefoni cellulari, decoder, console). L’industria IT italiana, dal canto suo, è in una condizione di sostanziale stallo: gli ordini dei prodotti sono, ove possibile, sospesi in attesa di conoscere il destino del decreto, la predisposizione dei nuovi listini dei prezzi viene ritardata così come, più in generale, quella dei piani di business e marketing per l’anno 2010.

Per questo motivo l’Istituto per le Politiche dell’Innovazione ha perto alle firme una richiesta di moratoria indirizzata al Ministro Bondi, affinché sospenda l’efficacia della nuova disciplina sino alla decisione dei Giudici amministrativi, prorogando, contestualmente la precedente (che ha, comunque, garantito all’industria audiovisiva italiana, nel solo 2008, di incassare oltre 60 milioni di euro).

Chiunque può aderire alla richiesta di moratoria, diffondendola sul proprio blog e sul proprio sito, oppure sostenendo la “causa” su Facebook cliccando qui.

Stay tuned :)

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Come dimostrano le cronache di queste ultime settimane, i profili giuridici legati al Web sono ancora di grande attualità. La sempre maggiore diffusione delle tecnologie info-telematiche pone, infatti, importanti criticità  in merito all’idoneità delle norme vigenti ma anche in ordine all’adeguatezza delle soluzioni all’esame del legislatore e all’impatto di alcune eclatanti decisioni giurisprudenziali.
Cade quindi in questo contesto la Conferenza annuale del Circolo dei Giuristi Telematici che si terrà  a Roma il 26 marzo 2010, ore 15, presso l’Auditorium della Casa di Previdenza Forense “Riccardo Scocozza.
L’iniziativa si pone come luogo di riflessione ed approfondimento su alcune delle questioni più delicate sul diritto dell’informatica: copyright, amministrazione digitale, posta elettronica certificata, responsabilità  degli intermediari.

Leggendo il programma definitivo della conferenza (disponibile qui) troverete alcuni tra i più importanti studiosi di informatica giuridica e diritto dell’informatica (Guido Scorza, Carmelo Giurdanella, Francesco Paolo Micozzi, Elio Guarnaccia, Marco Scialdone).
Con grandissimo piacere ci sarò anch’io per parlare, ancora una volta, di Posta Elettronica Certificata alla luce della modifica del Codice dell’Amministrazione Digitale e del Codice di Procedura Civile.
La partecipazione è gratuita e conferisce crediti per la formazione forense, quindi è consigliabile iscriversi sul sito per esere sicuri di poter entrare.

Spero di incontrarvi in tanti :-)

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Domenica, commentando la notizia dell’ultimo provvedimento del Tribunale del Riesame di Bergamo sul caso “The Pirate Bay“, ero stato facile profeta nel prevedere che non ci sarebbe voluto molto per assistere ad un nuovo sequestro del popoarissimo tracker di file torrent.

Infatti, dopo il tempo necessario per provvedere agli adempimenti di rito, “thepiratebay.org” è stato nuovamente “sequestrato”; gli utenti italiani che si collegano al popolare sito svedese (senza usare Open DNS) visualizzano questa pagina

thepiratebay.org - sequestro 2.0

Si tratta di un precedente molto importante (e secondo più di qualcuno molto pericoloso) per tutta la Rete italiana. Per chi fosse interessato, qui sotto embeddo il testo della decisione del Tribunale di Bergamo (pubblicata sul sito del Circolo dei Giuristi Telematici).
Leggete e commentate.

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sequestro-the-pirate-bay

Sito sottoposto a sequestro. Questa potrebbe essere la schermata che tra qualche giorno gli utenti italiani visualizzeranno quando tenteranno di raggiungere The Pirate Bay, il popolare tracker di file torrent, da tempo al centro di numerosi giudizi in tutto il mondo per questioni legate al copyright.

In Italia, come ricorderete, la battaglia legale è iniziata con il sequestro dell’agosto 2008, successivamente annullato dal Tribunale del Riesame di Bergamo con provvedimento poi, a sua volta,  annullato dalla Corte di Cassazione con sentenza del dicembre 2009 (qui un efficace riepilogo della vicenda).

Ebbene, il Tribunale del Riesame di Bergamo, cui la Suprema Corte aveva rinviato nuovamente il procedimento, nei giorni scorsi ha rigettato la richiesta di annullamento dell’originario provvedimento di sequestro presentata dai difensori della Baia, aprendo – di fatto – ad un nuovo oscuramento da parte dei provider.

Indubbiamente, si tratta di un pericoloso precedente per tutta la Rete Italiana; sono convinto che se ne parlerà molto.

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Questa sera, ore 23, su Current TV (Canale 130 di Sky), a Vanguard Tech, in uno speciale condotto da Andrea Cairola, si parlerà di come Internet ha cambiato il giornalismo d’inchiesta.

La trasmissione approfondirà tecniche, difficoltà, segreti del mestiere, dubbi e rischi del giornalista d’inchiesta. Ed è proprio in relazione a questi ultimi che gli Autori dello speciale (tra cui c’è l’amica Francesca Ferrara, che ringrazio) hanno deciso di intervistarmi sulle problematiche giuridiche più delicate sollevate dall’uso delle nuove tecnologie nell’attività giornalistica.

Stay tuned :)

Aggiornamento del 28 gennaio

Embeddo qui sotto il video della puntata di Vanguard Tech con la mia intervista.

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Nelle ultime settimane sul web si è parlato molto della notizia del lancio di Wolfram Alpha, il nuovo motore di conoscenza semantico computazionale.

Dopo mesi di attesa, in tanti (tra cui il sottoscritto) si sono affrettati a provare quello che è già stato definito come il principale antagonista di Google.

Ovviamente qui non troverete recensioni o “prove sul campo” di Wolfram (di cui la Rete è già piena) che prendano in considerazione vizi e virtù del nuovo motore di ricerca.

Da avvocato, infatti, oltre alle funzionalità (che al mio occhio non tecnico sembrano decisamente promettenti, anche se per il momento limitate in campo legale) ero più interessato a leggere i termini del servizio (passaggio di solito assolutamente ignorato, tanto più dagli utenti di lingua italiana poiché le condizioni sono in inglese) dal momento che l’uso di Wolfram Alpha implica l’automatica accettazione degli stessi. La prima peculiarità è che il link ai termini d’uso è presente già nella home page di Wolfram Alpha; non troviamo nulla di simile sulla home page di Google, i cui termini di servizio non sono altrettanto “in evidenza”.

I termini d’uso di Wolfram Alfa (disponibili qui) sono doverosamente lunghi, e vi sono alcune clausole di rito, frutto dello zelo dei consulenti legali, come quella che prevede che sia necessaria la maggiore età (o, in mancanza, il consenso dei genitori o degli insegnanti) per l’uso del servizio, e quella per cui Wolfram non risponde dell’esattezza delle informazioni fornite.

Sono altre, invece, le clausole sulle quali si è appuntata la mia attenzione e che vi segnalo dal momento che è opportuno conoscerle prima di inserire i risultati ottenuti con il nuovo motore di ricerca in una presentazione o in una pubblicazione.

Wolfram Alfa - Terms of Use, Tag cloud

(Word cloud dei “Terms of use” di Wolfram Alfa ottenuta su wordle.net)

In particolare (come si nota già dall’immagine qui sopra) nella licenza si presta molta attenzione al copyright, più di quanta ne dedichino i “terms of service” degli altri motori di ricerca, il che riflette la particolare natura di Wolfram Alpha che non è un normale search engine.

Attribution and Licensing 

As Wolfram|Alpha is an authoritative source of information, maintaining the integrity of its data and the computations we do with that data is vital to the success of our project. We generate information ourselves, and we also gather, compare, contrast, and confirm data from multiple external sources. Where we have used external sources of data we list the source or sources we relied on, but in most cases the assemblages of data you get from Wolfram|Alpha do not come directly from any one external source. In many cases the data you are shown never existed before in exactly that way until you asked for it, so its provenance traces back both to underlying data sources and to the algorithms and knowledge built into the Wolfram|Alpha computational system. As such, the results you get from Wolfram|Alpha are correctly attributed to Wolfram|Alpha itself.

 

 

Di conseguenza, se i risultati delle ricerche con Wolfram si inseriscono in documenti o presentazioni, bisognerà indicare espressamente che i dati provengono da Wolfram Alpha. Dal momento che alcuni risultati indicano i diritti d’autore di terzi soggetti che forniscono i dati, è fatto divieto di rimuovere o oscurare quelle attribuzioni. Nella licenza si richiede, ove possibile, di inserire un link a Wolfram (preferibilmente alla pagina della ricerca).

A questa clausola viene data molta importanza, dal momento che si afferma che la mancata attribuzione dei risultati a Wolfram sarà ritenuta non solo una violazione dei termini d’uso, ma una vera e propria violazione delle leggi in materia di diritto d’autore.

Le regole appena enunciate si applicano per tutti gli usi c.d. “personali”; al contrario, per gli usi a scopo di lucro bisognerà richiedere un’apposita licenza che potrebbe essere a pagamento.

L’ossessione per il copyright, tipica dei nostri tempi,  fa sì anche che sia inserita una clausola relativa all’eventuale presenza, nei risultati ottenuti con Wolfram Alpha, di dati che violino i diritti di terzi.

Reporting Incorrect or Infringing Material

If you find something in Wolfram|Alpha that you believe to be a violation of a copyright or other right that you personally hold, we want to know so we can correct the problem. Please use the feedback form at the bottom of that material’s page to tell us where the material is, and why you think it is infringing.

Evidentemente anche chi ha scritto questa licenza teme di subire azioni legali con esose pretese risarcitorie e, quindi, pensa che il copyright da efficace strumento per la tutela dei diritti sia diventato ingombrante ostacolo alla diffusione della conoscenza

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In questi giorni cade una ricorrenza: la Legge sul Diritto d’Autore (Legge 22 aprile 1941, n. 633) ha compiuto 68 anni; eppure c’è ben poco da festeggiare. E non solo perchè gli anni cominciano a farsi sentire, ma anche perchè i “ritocchi” a cui la Legge è stata sottoposta negli ultimi anni non sembrano ben riusciti, e quelli che dovrebberero essere adottati in futuro appaiono ancora peggiori.

Sia chiaro, non penso che il diritto d’autore abbia fatto il suo tempo, tutt’altro! Credo, però, che le leggi debbano prendere atto di come la rivoluzione tecnologica ha cambiato il modo di fruire delle opere protette, tanto che la “vecchia” disciplina non va più bene neanche ai titolari dei diritti, figuriamoci ai consumatori e agli utenti.
E’ di qualche giorno fa la dichiarazione di Paulo Cohelo che non solo – attraverso un blog – indica i link per scaricare gratuitamente i suoi libri, ma ha pubblicamente ammesso che il peer to peer, lungi dall’averlo penalizzato, gli ha fatto vendere ancora più copie.

Link: DLD08 - Day1 - Creating universes

Questo dimostra come autori, consumatori e parte degli operatori del mercato hanno ormai preso atto della rivoluzione tecnologica. E il diritto? Leggendo le notizie di questi giorni ho pensato che il diritto è in mostruoso ritardo.
Se è normale che il diritto arrivi necessariamente dopo i fenomeni sociali che va a regolamentare, in questo settore il ritardo è oltremodo grave; si tratta di un ritardo nel comprendere i fenomeni che si traduce nell’incapacità di dettare soluzioni normative adeguate. E’ un fenomeno mondiale, che in Italia assume contorni ancora più preoccupanti.

Un paio di esempi.
Gran parlare si è fatto del caso The Pirate Bay a seguito della condanna del Tribunale di Stoccolma; concordo sul fatto che si tratta di un brutto segnale ma, almeno, la risposta (sbagliata) è arrivata in tempi tutto sommato rapidi. Come molti ricorderanno, anche in Italia la Baia dei Pirati è impegnata in un procedimento penale: sul sequestro disposto dal Tribunale di Bergamo nell’agosto del 2008 e annullato qualche settimana dopo, sarà chiamata a pronunciarsi definitivamente la Corte di Cassazione… ma solo il 29 settembre 2009. Nel frattempo, a quanto mi risulta, le indagini preliminari non sono ancora chiuse.

Con le leggi non va meglio, mentre l’Europa e la stessa Francia hanno bocciato la c.d. dottrina Sarkozy (che prevede il distacco dalla Rete per chi si renda responsabile di violazioni del copyright) l’Italia rischia di essere l’unico Paese a recepirla acriticamente.
Così come il nostro richia di rimanere l’unico Paese che sceglie il c.d. “bollino” come strumento contro la pirateria multimediale.
Il Governo ha infatti deciso di ripristinare, addirittura retroattivamente, l’obbligo del c.d. contrassegno già dichiarato illegittimo dalla Corte di Giustizia Europea.
Con il decreto n. 31/2009 (entrato in vigore proprio il 21 aprile 2009), lo Stato Italiano – incurante delle critiche – non solo ha deciso di continuare a combattere la pirateria attraverso uno strumento obsoleto, ma addirittura ha esteso l’obbligo di apposizione del contrassegno anche ad altri supporti come memorie USB e SD card, con un provvedimento, di difficile attuazione, che creerà ulteriori problemi non solo a imprese e consumatori, ma all’intera industria culturale italiana.

Non mi sembra un bel modo per festeggiare un compleanno.

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In queste settimane il Parlamento Europeo sta esaminando il c.d. “Pacchetto Telecom“, ovvero un insieme di disposizioni che rischiano di rivoluzionare l’uso di Internet e l’intero mercato delle telecomunicazioni.
Questo video riassume in modo efficace i maggiori pericoli che la Rete correrebbe se il “Pacchetto Telecom” venisse approvato senza alcuna modifica.

Per questi motivi l’Istituto per le Politiche dell’Innovazione, insieme ad altri soggetti, ha sottoscritto una lettera al Parlamento Europeo affinché al testo vengano apportate tutte le modifiche necessarie a tutelare i diritti dei cittadini e la libertà della Rete. Il testo della lettera è disponibile qui.

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In queste settimane i Parlamenti e i Governi di mezzo mondo si stanno confrontando con lo stesso problema: come affrontare l’impatto che le nuove tecnologie hanno sul diritto d’autore così come tradizionalmente inteso.
Pirateria digitale, file-sharing, sanzioni per i trasgressori delle norme, ruolo dei Provider sono le parole chiave di questo dibattito. Se il problema è lo stesso a tutte le latitudini, non lo stesso può dirsi per le soluzioni che vengono proposte.

Mentre in Italia, infatti, i progetti di legge fin qui presentati sono contraddistinti dalla chiara finalità di “normalizzare” ed “imbrigliare” la rete, con conseguente compressione dei diritti digitali e depotenziamento delle enormi opportunità offerte dalla Rete, in altri Paesi si cerca di percorrere una strada che appare di maggiore equilibrio.
E’ il caso della Norvegia, dove Bård Vegar Solhjell, Ministro dell’Educazione e della Ricerca, in un post sul proprio blog ha affermato di voler rendere legale il file-sharing, affermando che così come la TV non ha determinato la fine della radio e il Web quella dei libri, così il p2p non comporterà la fine della musica. Per questo, secondo il Ministro Solhjell l’industria discografica dovrebbe trovare un sistema in grado di conciliare le esigenze dei detentori dei diritti con le aspettative dei consumatori, come Spotify, servizio che – grazie agli accordi con le maggiori case discografiche – consente agli utenti di poter ascoltare e condividere musica in modo gratuito e legale.

Viene da riflettere pensando alle proposte di legge che in queste ore si fanno in Italia e mi chiedo se avesse ragione Aristotele quando scriveva che “Ogni popolo ha i governanti che si merita“.

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Diritto 2.0 e' curato da Ernesto Belisario, avvocato ed esperto in diritto delle nuove tecnologie.