Tra qualche ora partirò per Barcellona, dove lunedì 4 e martedì 5 ottobre 2010 si terrà la seconda edizione europea del Personal Democracy Forum, uno dei più importanti eventi in materia di impatto delle tecnologie sulla politica e sull’amministrazione. Il programma è denso di interventi interessanti (on line è disponibile l’agenda del primo, e del secondo giorno di lavori) e oltre agli usuali temi – uso dei social media nella politica, e-partecipation e e-democracy – si parlerà (e tanto) di Open Government.

Tra gli autorevolissimi relatori (l’elenco completo potete consultarlo qui) c’è un’agguerrita pattuglia italiana: Antonella Napolitano, Dino Amenduni e Alberto Cottica.
Ci sarò anch’io, e lunedì 4 parlerò nella sessione “The Internet, Human Rights and Responsibilities in the 21st Century” dei nuovi diritti nell’Era dell’Open Government.

Attraverso questo blog (e tutti gli altri strumenti social) proverò a rilanciare gli spunti e le discussioni più interessanti. Stay tuned :)

PEC: siamo alle comiche

On sab, 28 agosto 2010, in E-government, Leggi vecchie e nuove, Segnalazioni, by Ernesto Belisario

Negli ultimi mesi, la PEC (Posta Elettronica Certificata) è stata al centro di un partecipato dibattito a seguito della scelta del Ministro Brunetta di farne lo strumento preferenziale di comunicazione tra cittadini, imprese e Pubbliche Amministrazioni.

Come i lettori di questo blog ricorderanno, il ricorso alla PEC non mi ha mai convinto appieno; tuttavia la PEC può rappresentare uno strumento per semplificare i rapporti con i cittadini, migliorare la qualità della vita degli utenti e ridurre i costi della burocrazia (sia per il settore pubblico sia per i cittadini).

Le cose, per il momento, non sono andate come era nei piani del Ministro Brunetta: molti sono i professionisti che (pur obbligati normativamente) non hanno attivato una casella PEC e pochi (pochissimi) i cittadini che hanno deciso di approfittare dell’iniziativa del Governo di “regalare” la PEC.

La causa di questo vero e proprio FLOP è da rintracciarsi, prevalentemente, nel fatto che le Amministrazioni non vogliono la PEC: salvo rare eccezioni, gli Enti non pubblicano sui propri siti l’indirizzo PEC, non consentono ai cittadini di presentare istanze e domande per via telematica, ignorano le comunicazioni telematiche di cittadini e imprese.

Tale comportamento è censurabile sotto un duplice profilo:
a) le Amministrazioni che non usano la PEC, continuando a preferire il cartaceo, sono Amministrazioni inefficienti (non cogliendo i vantaggi della dematerializzazione), che sprecano soldi pubblici (ogni comunicazione via PEC costa circa 19 euro in meno rispetto ad una cartacea), discriminatorie (costringono gli utenti diversamente abili al cartaceo e alle code agli sportelli); in poche parole, sono Enti che (in un’ottica ormai anacronistica) perseguono una logica burocratica (“abbiamo sempre fatto così“) e si rifiutano di rendere l’adempimento degli obblighi di legge il più semplice possibile.

b) le Amministrazioni che non usano la PEC violano la legge in modo grave ed inescusabile, ledendo alcuni diritti che sono già (da più di quattro anni) riconosciuti a cittadini e imprese.

Sotto questo profilo, è emblematico quanto accaduto negli scorsi giorni e che ha visto come protagonista il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

Gelmini-Brunetta, scontro sulla PEC

Questi i fatti: un aspirante agrotecnico inviava domanda di partecipazione all’esame di stato via posta elettronica certificata; dal momento che la modalità telematica non era prevista dall’atto che aveva bandito la prova, il Collegio nazionale degli agrotecnici chiedeva al Ministero per la pubblica amministrazione e, appunto, al Ministero dell’Istruzione se l’istanza fosse correttamente presentata. Il primo a rispondere è stato il dicastero guidato dal Ministro Gelmini che ha categoricamente escluso la possibilità di usare la PEC in quanto l’ordinanza ministeriale non la prevedeva come modalità di inoltro delle domande di partecipazione, aggiungendo che la PEC

è uno strumento il cui utilizzo è ancora in fase iniziale e non è perciò compresa tra i possibili modi di invio delle domande di partecipazione agli esami abilitanti.

La nota del Ministero dell’Istruzione ha destato imbarazzo e scalpore e corre il rischio di vanificare molti degli sforsi fatti in questi mesi per incentivare l’uso della PEC; il Dipartimento della funzione pubblica si è quindi visto costretto ad intervenire sulla vicenda, sostenendo il contrario di quanto affermato dal Ministero dell’Istruzione e preannunciando una circolare “con la quale regolerà l’obbligatorietà di trasmissione tramite PEC di domande di partecipazione a qualsiasi tipo di concorso, ivi compresi quelli relativi alle iscrizioni agli albi professionali“.

In tanti mi hanno scritto per sapere chi avesse ragione in questa “querelle tra Ministeri” (ma non potevano parlarsi tra di loro?); ebbene, non può essere revocato in dubbio che nella nota del Ministero dell’Istruzione vi siano diverse inesattezze. In primo luogo, non è vero che la PEC è uno strumento ancora in fase sperimentale (è stata disciplinata con il decreto n. 68/2005 e, in base al D. Lgs. n. 82/2005, gli Enti avrebbero dovuto dotarsene dal 2006); ma la cosa più grave è che vengono ignorate completamente le disposizioni contenute negli articoli 6 D. Lgs. n. 82/2005 (che ha introdotto il diritto all’uso della posta elettronica certificata) e 48 D. Lgs. n. 82/2005 (che espressamente prevede come la trasmissione di comunicazioni via PEC equivalga alla notificazione a mezzo posta).
Come ho già scritto qualche settimana fa, la PEC è un diritto e quindi i cittadini possono utilizzarla (con le modalità previste dalla legge) senza richiedere un assenso preventivo dell’Ente a cui scrivono.

A livello normativo, la PEC è equiparata alla raccomandata con avviso di ricevimento e, quindi, si può sostenere che la previsione dello strumento “raccomandata” nel bando di concorso, di per sè, implichi la possibilità per il privato di partecipare con la PEC; di fronte ad un provvedimento di esclusione, al candidato non resterebbe che l’impugnativa al Giudice Amministrativo (T.A.R.) per far valere i vizi di violazione di legge ed eccesso di potere.
E comunque, se anche l’Amministrazione – nel bando – escludesse espressamente l’invio tramite PEC, questa esclusione (limitando la partecipazione) dovrebbe essere adeguatamente e congruamente giustificata; in caso contrario, contro una previsione di tal genere si potrebbe adire il T.A.R..

Qualche mese fa, in una presentazione sulla Posta Elettronica Certificata, avevo parlato di “Fiction della PEC” per provare a descrivere le vicende (normative e amministrative) di questo strumento: una storia fatta di continui colpi di scena e in cui il “lieto fine” sembra allontanarsi sempre di più.

E’ condivisibile, quindi, il disappunto che emerge nella nota del Dipartimento della funzione pubblica; orientamenti come quelli del MIUR sono ormai inaccettabili. Le norme ci sono (da anni) e sono chiarissime: le Amministrazioni non possono impedire l’uso delle tecnologie nei procedimenti amministrativi.
A mio modesto avviso, non sono necessarie circolari (come quella preannunciata da Brunetta): le norme devono essere fatte rispettare, utilizzando tutti i rimedi previsti dall’ordinamento, in primis quello giudiziario.

Se gli Enti non avranno la sensibilità e la diligenza di garantire l’effettività dei diritti digitali, un Giudice sarà chiamato ad ordinarglielo.

La PEC è un diritto

On mer, 21 luglio 2010, in E-government, Leggi vecchie e nuove, Segnalazioni, by Ernesto Belisario

Nel corso degli ultimi mesi si è parlato molto della Posta Elettronica Certificata (PEC), tecnologia che – nelle intenzioni del legislatore – dovrebbe diventare lo strumento preferenziale di comunicazione tra cittadini, imprese e Pubbliche Amministrazioni.

La scelta di ricorrere alla PEC non mi convinceva (e, onestamente, continua a non convincermi); tuttavia, credo che la Posta Certificata possa essere uno strumento idoneo a semplificare i rapporti, a smaterializzare l’attività amministrativa, a rendere gli uffici pubblici più efficienti e trasparenti, a migliorare la qualità della vita degli utenti.

Ciononostante, ad oggi, sono molte le Amministrazioni che non hanno attivato un indirizzo di Posta Elettronica Certificata (una lista di Enti “fuorilegge” è stata diffusa dallo stesso Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione) e quelle che pure formalmente lo hanno attivato spesso non lo rendono conoscibile ai cittadini, oppure non lo usano.
Embematico, sotto questo aspetto, il video che embeddo qui sotto in cui, un funzionario (interpellato in merito alla possibilità di comunicare via PEC con l’Amministrazione) risponde che l’Ente ha una casella PEC ma che questa non viene di fato utilizzata e che, pertanto, è consigliabile ricorrere alla tradizionale raccomandata A/R.

Si tratta di argomenti che spesso, negli ultimi mesi, ho sentito quando ho chiesto ad Enti (di ogni ordine e grado) di poter usare la PEC; tuttavia, non sempre si ha la percezione che risposte di questo tipo dimostrano non solo la disorganizzazione dell’Ufficio, ma una grave violazione degli obblighi di legge.
Infatti l’attivazione e l’uso della PEC non sono una concessione rimessa alla discrezionalità (e al “buon cuore”) delle Amministrazioni, ma rappresentano un vero e proprio obbligo per gli Enti che sono tenuti ad assicurare a cittadini e imprese alcuni diritti digitali ormai da tempo consacrati in provvedimenti normativi.
In particolare, ciascuna Amministrazione deve:

1) attivare almeno un indirizzo di Posta Elettronica Certificata per ogni registro di protocollo;
2) rendere pubblico l’indirizzo di PEC sulla home page del proprio sito;
3) rendere pubblico l’indirizzo di PEC sul portale governativo www.paginepecpa.gov.it;
4) utilizzare la PEC con tutti gli utenti che ne facciano richiesta, senza poter addurre difficoltà tecnologiche ed organizzative per impedire l’esercizio di questo diritto.

Gli Enti che non vi avessero già provveduto devono quindi adeguarsi rapidamente se vogliono evitare responsabilità e contenzioso; ciascun cittadino, infatti, può ottenere giudizialmente la tutela dei propri “diritti digitali”.
Le leggi ci sono già, bisogna solo pretendere che vengano rispettate!

Venerdì scorso ho partecipato all’interessantissima giornata di studi che si è tenuta a Lecce sul tema “L’amministrazione digitale tra presente e futuro“.
Molti autorevoli relatori, organizzazione impeccabile (complimenti a Marco Mancarella) e – cosa non scontata -pubblico numeroso ed interessato. Il mio intervento aveva ad oggetto l’impatto delle nuove tecnologie sui rapporti tra Pubblica Amministrazione e cittadino, tema importante e delicato. Fino a pochi anni fa, infatti, l’introduzione delle tecnologie infotelematiche nella Pubblica Amministrazione rispondeva unicamente all’esigenza di ridurre i costi e di accrescere l’efficienza dell’apparato burocratico. Di conseguenza, anche le norme sull’amministrazione digitale scritte fino a poco tempo fa sono PA-centriche, scritte (spudoratamente) per arrecare un vantaggio all’Amministrazione, senza curarsi dell’impatto su cittadini e utenti dei servizi.
L’ottica è finalmente cambiata con l’adozione del Codice dell’Amministrazione Digitale (Decreto Legislativo n. 82/2005) che ha assegnato ai cittadini alcuni importanti diritti digitali (come quello di usare le tecnologie telematiche nelle comunicazioni con la PA).
Tuttavia, come noto, per un molteplice ordine di ragioni il Codice dell’Amministrazione Digitale è rimasto in gran parte inattuato e dal 2005 il legislatore non è più intervenuto in modo sistematico in materia. Ciò significa che le norme attualmente vigenti fanno riferimento all’Internet del 2005 e non tegnono conto nè dell’evoluzione tecnologica maturata negli ultimi quattro anni nè dell’evoluzione dell’uso che i cittadini italiani fanno della Rete. In pieno Web 2.0 le leggi della PA digitale fanno ancora riferimento ai portali come strumento di comunicazione con il cittadino; non stupisce quindi che l’Italia sia agli ultimi posti come servizi forniti on line della Pubblica Amministrazione, una delle meno digitali del mondo a leggere i dati dell’ultimo rapporto del World Economic Forum.

Di fronte a questa situazione, la mia idea per superare l’empasse è che il giurista deve dare il proprio contributo con senso di responsabilità, convinzione e impegno creativo, evitando di limitarsi a combattere inutili battaglie di retroguardia. Purtroppo i giuristi si sono mostrati pigri e si sono limitati, il più delle volte, ad invocare l’intervento del legislatore anche quando esso appariva prematuro. La PA 2.0 ha bisogno, infatti, di poche leggi che però siano scritte da persone che abbiano un’idea sufficientemente chiara della Rete e delle nuove tecnologie. Le nuove leggi, e quelle che ci sono già, devono poi essere applicate con buon senso e intelligenza.

Qui sotto embeddo le slides della mia presentazione. Fatemi sapere cosa ne pensate.