Gaetano Salvemini sosteneva che “le parole non definite posseggono un fascino che manca alle parole il cui significato è chiaro“. E forse è per questo che molti (politici, dirigenti pubblici, imprenditori e giornalisti) ricorrono sempre più spesso a vocaboli come “informatico”, “telematico”, “multimediale” e, più in generale, alle parole che hanno a che fare con le nuove tecnologie; spesso questi termini non vengono impiegati in modo corretto, e cioè secondo il loro significato, ma (volutamente o per ignoranza) in modo fumoso, nascondendo dietro termini vaghi un’innovazione che in realtà non c’è o è al ribasso.
Prendiamo ad esempio la notizia dell’arrivo delle c.d. “cambiali telematiche“. Quando nel newsreader è comparso il titolo la mia curiosità di “giurista telematico” è stata solleticata e sono subito corso a vedere di cosa si trattava prefigurandomi già le ripercussioni dell’utilizzo degli strumenti telematici sulla prassi commerciale e processuale.
Le mie aspettative sono, però, rimaste frustrate: per i nuovi “pagherò” non si utilizzeranno né documento informatico né firme elettroniche; l’unica novità rispetto al passato è rappresentata dal fatto che le nuove cambiali saranno prive di valore e su di esse andranno apposti dei contrassegni emessi “in tempo reale” dal tabaccaio o da ogni altro rivenditore autorizzato.
Di telematico, quindi, c’è soltanto il collegamento del tabaccaio mentre la cambiale rimane rigorosamente cartacea.
Al di là delle considerazioni sulle opportunità perse di rivitalizzare uno strumento (quello della cambiale, appunto) da anni in disuso, si pone il problema di utilizzare correttamente i termini onde evitare equivoci, bluff e false aspettative.








