Venerdì scorso ho partecipato all’interessantissima giornata di studi che si è tenuta a Lecce sul tema “L’amministrazione digitale tra presente e futuro“.
Molti autorevoli relatori, organizzazione impeccabile (complimenti a Marco Mancarella) e – cosa non scontata -pubblico numeroso ed interessato. Il mio intervento aveva ad oggetto l’impatto delle nuove tecnologie sui rapporti tra Pubblica Amministrazione e cittadino, tema importante e delicato. Fino a pochi anni fa, infatti, l’introduzione delle tecnologie infotelematiche nella Pubblica Amministrazione rispondeva unicamente all’esigenza di ridurre i costi e di accrescere l’efficienza dell’apparato burocratico. Di conseguenza, anche le norme sull’amministrazione digitale scritte fino a poco tempo fa sono PA-centriche, scritte (spudoratamente) per arrecare un vantaggio all’Amministrazione, senza curarsi dell’impatto su cittadini e utenti dei servizi.
L’ottica è finalmente cambiata con l’adozione del Codice dell’Amministrazione Digitale (Decreto Legislativo n. 82/2005) che ha assegnato ai cittadini alcuni importanti diritti digitali (come quello di usare le tecnologie telematiche nelle comunicazioni con la PA).
Tuttavia, come noto, per un molteplice ordine di ragioni il Codice dell’Amministrazione Digitale è rimasto in gran parte inattuato e dal 2005 il legislatore non è più intervenuto in modo sistematico in materia. Ciò significa che le norme attualmente vigenti fanno riferimento all’Internet del 2005 e non tegnono conto nè dell’evoluzione tecnologica maturata negli ultimi quattro anni nè dell’evoluzione dell’uso che i cittadini italiani fanno della Rete. In pieno Web 2.0 le leggi della PA digitale fanno ancora riferimento ai portali come strumento di comunicazione con il cittadino; non stupisce quindi che l’Italia sia agli ultimi posti come servizi forniti on line della Pubblica Amministrazione, una delle meno digitali del mondo a leggere i dati dell’ultimo rapporto del World Economic Forum.
Di fronte a questa situazione, la mia idea per superare l’empasse è che il giurista deve dare il proprio contributo con senso di responsabilità, convinzione e impegno creativo, evitando di limitarsi a combattere inutili battaglie di retroguardia. Purtroppo i giuristi si sono mostrati pigri e si sono limitati, il più delle volte, ad invocare l’intervento del legislatore anche quando esso appariva prematuro. La PA 2.0 ha bisogno, infatti, di poche leggi che però siano scritte da persone che abbiano un’idea sufficientemente chiara della Rete e delle nuove tecnologie. Le nuove leggi, e quelle che ci sono già, devono poi essere applicate con buon senso e intelligenza.
Qui sotto embeddo le slides della mia presentazione. Fatemi sapere cosa ne pensate.
Lunedì sono stato al Forum PA dove ho partecipato ad un convegno su innovazione e web 2.0.
L’incontro, ottimamante condotto da Mauro Lupi, si è svolto all’insegna della “contaminazione” (parola chiave del Forum di quest’anno). Si è parlato infatti di innovazione e web 2.0 con riferimento a quanto accade nel mondo dell’impresa oltre che nella Pubblica Amministrazione.
Tra le questioni affrontate quella principale è stata la constatazione che, nonostante le eccezionali potenzialità, le dinamiche 2.0 sono ancora poco diffuse in ambito pubblico. L’intervento che più mi ha colpito è stato quello all’insegna del “si può fare” di Gianluigi Cogo, a cui vanno i miei complimenti non solo per la relazione ma per l’entusiasmo che mette nella sua attività di “evangelismo”.
Da parte mia ho tentato di smontare il falso mito per cui non ci sono le leggi della PA 2.0; le norme esistono già ed è giusto che siano applicate per rivitalizzare l’amministrazione e migliorare la qualità della vita dei cittadini.
Qui e qui trovate due resoconti più dettagliati. In attesa che siano pubblicati gli atti sul sito ufficiale, di seguito riporto le mie slides.
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